Capitolo

17

Crisi e delusioni post-risorgimentali

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Giovanni Prati

(nota al capitolo 17, paragrafo 1)

Assiduo frequentatore — insieme con Aleardi — del padovano «Caffè» Pedrocchi e brillante conversatore nei salotti mondano-letterari (divenne il beniamino di quello milanese della contessa Maffei), GIOVANNI PRATI si trasferì nel 1841, dopo una burrascosa e chiacchierata esperienza coniugale, a Milano dove acquistò rapidamente grandissima fama.
Salutato dal Correnti come nuovo «pontifex» della poesia italiana (più cauto, anche se elogiativo, era il giudizio di Manzoni che coglieva nell'opera di Prati «fieno e fiori»), dotato di vena facile e versatile ma incapace di profondità, svolse un'intensa attività letteraria a favole di casa Savoia e ne fu ricompensato con onori e incarichi.
Nel 1860 rifiutò la cattedra di eloquenza all'Università di Bologna — che sarà assegnata a Carducci —, ma accettò la nomina di storiografo della corte sabauda e più tardi, a Roma, fu nominato senatore (1876) e direttore dell'Istituto Superiore di Magistero.
I giudizi sulla sua produzione artistica divennero col passare degli anni sempre più negativi, ma si tende anche a vedere in lui la presenza di motivi che preludono verismo e al decadentismo.

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