Capitolo

5

L'età dell'umanesimo

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5 - § 5

Jacopo Sannazzaro e la letteratura pastorale


Alla società cortigiana vicina alla corte aragonese di Napoli appartiene Jacopo Sannazzaro1 (1455-1530) nato a Napoli da nobile famiglia originaria da Pavia. Ebbe educazione umanistica e fece parte dell'Accademia napoletana col nome di Azio Sincero. «Officiale di casa» del duca Alfonso di Calabria partecipò alla guerra contro i baroni, scrisse versi, farse, testi per le recite a corte, dal re Federico d'Aragona ebbe in dono la villa di Mergellina e quando il sovrano fu sconfitto dai Francesi, lo seguì in Francia (1501).
Dopo la morte di Federico (1504) tornò a Napoli. Qui pubblicò l'Arcadia (1504), romanzo pastorale in prosa e in versi, di carattere elegiaco e autobiografico, composto una ventina di anni prima e che aveva già avuto circolazione tra gli uomini colti. In essa Sincero racconta di essere capitato in Arcadia per disacerbare l'animo dal dolore amoroso causatogli da un fanciulla bellissima, Carmosina Bonifacio. In Arcadia vive bucolicamente con i pastori, partecipa alla loro vita, ai riti, ai canti in onore di Pan e Pale ma non può dimenticare l'amata della quale più tardi, ritornando a Napoli guidato per vie sotterranee da una ninfa, apprenderà la morte.
La mitica regione greca rappresenta il luogo magico in cui la società aristocratica e colta si trasferisce con le sue idealità e i suoi desideri della vita costretta e necessitata. In Arcadia quella società traspone il sentimento idillico, rumore per le belle forme, i propri gusti, in essa Sannazzaro — ispirandosi al Boccaccio dei «ninfali» e al Petrarca lirico — venne ritagliando letterariamente una vita congeniale quanto convenzionale.
Convenzione è, da ora in poi, attribuire a una società aristocratica e colta predilezione pastorale; stilizzazione massima della natura attraverso la memoria letteraria quasi alessandrina è la rappresentazione di quella vita in un'atmosfera immobile e senza divenire. Le strutture mitologiche dell'Arcadia sembrano eterne, e con nostalgia e rimpianto dagli stessi pastori vengono idealizzate nella loro aurea tradizione di pace in contrapposizione a un presente in cui esistono «meste strigi et importune nottole», «pruni e stecchi che 'l cor ledono». Questi elementi indicano il turbamento della vita e della passione ma in Arcadia tutto è apparenza e manifestazione di bellezza:
  1. [la ninfa] «fin al ginocchio alzata al parer mio
  2. in mezzo al rio si stava al caldo cielo;
  3. lavava un velo in voce alta cantando;
l'amante scrive dovunque il nome dell'amata:
  1. tal che omai non è pianta
  2. che non chiami "Amaranta",
  3. quella ch'adolcir basta ogni mio tosco;
  4. quella per cui sospiro,
  5. per cui piango e m'adiro;
nell'incanto mitologico si concilia il lavoro georgico:
  1. E non ti sdegnerai portar su l'umero
  2. la cara zappa, e pianterai la nèputa,
  3. l'asparago, l'aneto e 'l bel cucumero.
L'ideologia cortigiana di questo mondo ideale in cui la ninfa ha «bella forma», «tenero petto» e «matutine rose» e in cui più anticamente gli animali parlavano, tutto era comune «e Copia i frutti suoi sempre fea nascere», i vecchi «con erbe incantate ingiovenivano» — mondo diverso dal presente in cui sogliono «l'un uomo vèr l'altro irascere» e «le genti litigar» — è un trasferimento in una regione aristocratica, lontana da guerre e lotte contro il baronaggio, da equilibri precari minacciati da crepe continue e da rivolte popolari contro il fiscalismo, come avvenne sotto gli Aragonesi. Sannazzaro smorzò la lingua regionale con gli elementi di cultura fioriti attraverso il classicismo e scrisse in modo da potere essere compreso dai lettori colti delle diverse regioni italiane.
L'Arcadia come opera istituzionale che proponeva un modello pastorale ebbe una fortuna immensa in Italia e in Europa, rappresentò l'elegante trasferimento letterario in un mondo di belle forme, di pastori irreali, costituì il riconoscimento degli uomini colti d'Europa che si ritrovavano al di sopra delle divisioni in una convenzione di un certo livello.
Ma l'importanza storica veramente eccezionale non può farci dimenticare che l'Arcadia è monotona, immota, stucchevole, nata e destinata ad ambiente di corte. Per antitesi si veda quanto vivaci sono alcuni componimenti popolari napoletani del Quattrocento:
  1. Fruste ccà, Margaritella,
  2. ca sì troppo scannalosa,
  3. che per ogni poca cosa
  4. vutte nnanze la gonnella;
un canto di rimpianto di amore:
  1. Dove so andati quelli abrazamenti,
  2. queli solazi che soleamo fare?
  3. Mettìvime la lengua tra li denti;
  4. poi me decivi: "No la mozzecare,
  5. ca tutta quanta me la sangolenti:
  6. la gente è falsa e possene adonare!";
di un innamorato che entra inaspettato in casa dell'amata che dorme:
  1. Onde ci entrasti, cane rinnegato?
  2. Entraici dalla porta, o vita mia;
  3. priégoti ch'io ti sia raccomandato:
  4. Or poi che si se' entrato, fatto sia:
  5. spogliati nudo, e còrcamiti a lato […];
  6. ed ella disse: Stacci un altro poco,
  7. ché non sai i giorni che ci puoi trasire;
di frati cercatori a cui una donna offre vino e pane e che rispondono:
  1. De questo vino, donna, stipacende;
  2. carne ce dona, ché pane tenimo.
  3. O maledicti frati, iatevende,
  4. ch'el mio marito sede cqua vicino!
L'Arcadia è aristocratica e pastorale ma è del tutto priva di questi sentimenti umani e popolari. Nessun ideale della sua cerchia il Sannazzaro vuole scalfire e nel De partu Virginis (1526) tenta una conciliazione tra ideali umanistici e fede cristiana.
Come tanti altri nobili decaduti il Sannazzaro compì la scelta cortigiana e negli ultimi anni della vita vide la sua città declinare nella ricchezza degli aristocratici, decadere nella bellezza degli edifici, nella miseria mendicante della plebe: l'Arcadia asseconderà il fasto delle trionfanti potenze capitalistiche europee, in Italia resterà un umoristico trasferimento della cortigianeria nel mondo dei pastori felici (il Manzoni la definirà «una scioccheria»).

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