Capitolo

4

La letteratura tra la società dei comuni e le signorie

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4 - § 8

Rimatori del Trecento


Gli interessi contrastanti della borghesia mercantile delle più notevoli città dell'Italia centro-settentrionale e la mancanza di una idea-forza che espandesse la civiltà dei Comuni ha come conseguenza, abbiamo visto, nel Trecento la decadenza della società comunale e la formazione, al suo posto, delle Signorie. Nelle Signorie si vengono aggregando organismi preesistenti, i nuovi Signori si alleano con i gruppi già egemoni lasciando in piedi, talvolta, in un primo tempo l'organizzazione corporativa; il processo di formazione politica dello Stato rimane imperfetto per i compromessi e gli equilibri sotto il cui segno esso si svolge. Tempi e modi in cui il processo di modificazione politica si svolge sono diversi e anche nella cultura si nota un affievolimento delle espressioni del sentimento politico e religioso.
Se gli scrittori maggiori indicano diverse posizioni nel rapporto tra antico e moderno per le diverse esperienze da essi compiute, tuttavia i risultati artistici del loro lavoro letterario rimangono esemplari, mentre nella letteratura minore si avverte la coscienza di un esaurimento storico, della mancanza di grandi prospettive. È inutile dire che il Trecento è epoca di transizione: per molti aspetti la prima metà del secolo seguente aggrava la situazione culturale con il ritorno della lingua latina.
Occorre dire che le forze politiche e sociali unitarie della borghesia cittadina sono venute meno come forze di espansione culturale e che il Trecento precapitalistico crea potenti gruppi finanziari ma soltanto finanziari.
Nella letteratura c'è una frantumazione fondamentale, gli scrittori si muovono nell'imitazione di parti e frammenti delle opere dei tre grandi, su piani diversi di stile e di generi letterari che non possono ridursi a categorie o indirizzi unitari. I gruppi sociali polimorfi (signori e corte, aristocrazia borghese, borghesia minuta, popolo artigiano, operai, sottoproletari) si rispecchiano nel lavoro letterario dei generi e delle tendenze senza esprimere vere individualità.
Cultura comunale disgregata e sperimentalismo stilistico, incertezza di contenuti e instabilità psicologica si riflettono soprattutto nei lirici i quali maggiormente fanno sentire il rimpianto per un ordine perduto. Saldo potere e salde norme morali che non regolano le istituzioni militari, mercantili, religiose, magistrature corrotte, rancori partigiani, nostalgie di esuli, predominio del danaro, irrazionalità della fortuna, sbandamento ideologico sono motivi costanti e privi di linea o di asse di sviluppo.
Matteo Frescobaldi piange per la «mina» attuale di Firenze un tempo «adornata — di buon antichi cari cittadini»: «Ov'è prudenza, fortezza e iustizia? […] | I' mi vergogno ben di ciò ch'i' parlo; Bindo di Cione per quella di Roma e introduce la matrona in bruna veste:
  1. Ahi lassa sventurata,
  2. come caduta son di tanta altezza
  3. nella. qual m'avien posta triunfante
  4. i miei figliuoi, magnanima brigata;
che ricorda Scevola, Camillo, Cincinnato, Fabrizio e sveglia
  1. gl'Italiani addormentati,
  2. d'amore inebriati
  3. dalle triste guardiane [superbia, invidia e avarizia]
Fazio degli Uberti (che fu autore di un allegorico Dittamondo) depreca l'avarizia («lo fiorino è lo dio ch'i' ho per idolo») e assume in una canzone il tono della «disperata» (invocazione alla morte, volontà di suicidio in «questo mondo peggio che veleno»); Antonio da Ferrara, uomo di corte, ammiratore di Dante, in una «disperata» maledice la sua nascita, «le fasse e 'l nutrimento», «l'acqua, el sale e 'l battesmo de mio cristianesmo — e chi me pose nome a quel zimpello», il servire «ch'io feci ad altri o con borsa o con bocca», «la morte che no scocca — l'ultimo stral de sua possente rocca», ma in una ballata esprime la opposizione alla fortuna dell'uomo valoroso il quale evita di commettere cose di cui debba pentirsi:
  1. Accidente all'uom valente
  2. rade volte offende;
  3. e s'intende e se difende non giugnere al pentire;
Francesco di Vannozzo, che visse al servizio degli Scaligeri, in una canzone «sfacciata» moraleggiante grida contro i guasti che sono nel mondo:
  1. Zascuno è tratto alla mercenaria,
  2. puttane e dadi lor vita mantene;
  3. colui s'atende el volto a colorare,
  4. a polire e ornare
  5. la trezza e pettinarsi il capo biondo;
  6. e così va l'umanità nel fondo;
contro i mercanti:
  1. signor moderni
  2. che stan co' suoi quaterni
  3. en camera di e notte a far ragioni [i quali]
  4. cor han di lepri e teste di montoni,
  5. mercatanti de lino e della stoppa.
  6. Mora chi non gli acoppa
  7. o chi no i mette al taglio delle spade
  8. per ritornare il mondo a libertade
(mondo che era quello della cavalleria e dello «spiron aurato»).
I rimatori di corte dell'Italia settentrionale vivono randagi e in miseria (ad eccezione di coloro che riescono ad avere uffici dal Signore), spesso derivano dalla tradizione della letteratura borghese, vivono la precarietà della situazione politica, assistono al formarsi di grandi signorie, presentono lo sviluppo della cultura umanistica.
Realismo moraleggiante, autobiografismo, intento didascalico si incontrano spesso in un rimatore e, al di là dei motivi generici e dei luoghi comuni già visti, taluni temi diventano esemplari per la forza con cui sono espressi, come nella «canzone del pregio» in cui Dino Compagni segna con severità i caratteri dei valori del tempo antico: [il giudice]
  1. siegua sua legge e poi ami iustizia,
  2. e strugga e spenga a suo poder malizia;
[il notaio]
  1. in chiaro rogare e 'n bello scrivere,
  2. e d'imbreviar sue scritte non si' avaro;
[il mercante]
  1. scarso a comperare, e largo venda
  2. fuor di rampogne con bell'accoglienza;
  3. la chiesa usare
  4. per Dio donare
  5. il cresce in pregio.
Bindo Bonichi, borghese di Siena, si ricollega alla lirica realistica del Duecento descrivendo con calmo conservatorismo le avversità della vita e la scontentezza degli uomini:
  1. Mal contento è ciascun di suo mestiere,
  2. ciascun guadagnar pargli col cucchiaio
  3. […] mentre che sta in quest'ardente fornace.
e
  1. Onde perciò el non è maggior doglie
  2. al pover uom che aver presa moglie.
Il lucchese Pietro dei Faitinelli, sostenitore dei guelfi nobili antipopolari e mandato in esilio, scrisse versi antifemministi:
  1. femmina diabolica fattura.
  2. La femmina è radice dell'inganno,
  3. femmin'è quella che ogni fraude affetta,
  4. femmine pensan ogni mal e fanno
e manifestò il suo desiderio di rientrare in Lucca: «Le mura andrò leccando d'ogn'intorno | e gli uomini, piangendo d'allegrezza».
Vasto pubblico per il suo fiorentinismo ebbe Antonio Pucci1 (c. 1310-1388), campanaio e banditore del Comune, popolano vivace, quasi improvvisatore giocoso e satirico, orgoglioso della prosperità di Firenze e delle tradizioni patrie. Nei suoi componimenti c'è la saggezza popolare e molti suoi temi saranno ripresi dalla letteratura giocosa del Quattrocento e del Cinquecento. Fu satirico contro i frati minori ipocriti
  1. (e' mostran non voler toccar danari
  2. e 'nsaccherebbon colle cinque dita; […]
  3. Non fè così messer Santo Francesco
  4. quand'alla Verna stava in orazione […]),
esaltò il Mercato Vecchio come il luogo più bello del mondo «che l'occhio e 'l gusto pasce al fiorentino», descrisse nelle Noie le cose che gli sono sgradevoli, nel Centiloquio tradusse in rima le cronache del Villani ed esaltò Dante, compose diversi cantari avventurosi rifatti popolarescamente (Gismirante, Bruto di Bretagna, Reina d'Oriente etc.) per la recita in pubblico.
Quella del Pucci è voce collettiva municipale, espressione e informazione dell'opinione pubblica, voce di banditore che dà notizia di guerre, inondazioni, pesti, con spontanea adesione ai sentimenti popolari.
Vivacità hanno anche le rime per musica e danza dei fiorentini Niccolò Soldanieri, Alessio Donati (descrive il fastidio della ragazza oppressa dalla vigilanza materna:
  1. i' dirò: "Fa con Dio, vecchia arrabbiata",
  2. e getterò la rocca, il fuso, l'ago,
  3. amor, fuggendo a te di cui m'appago);
di Simone Prudenzani che nel Sollazzo scrisse novene in forma di ballate (divulgata fu quella delle
  1. monacelle gaiette e belle,
  2. e avien le lor mammelle
  3. più che neve o zuccar bianche,
  4. ben formate a petto e ad anche,
  5. da curar poco de messa,
la cui badessa è trovata a giacere «col suo divoto», «non per mal, ma per diletto»); di Franco Sacchetti2 (1332-1400): «O vaghe montanine pasturelle».
Tra queste rime ricordate molte sono popolareggianti nel senso che attraverso il contenuto campestre, pastorale, montanino, si possono rendere esteriori toni di linguaggio più quotidiani; ma si tratta di compiacimento elegante, di falso realismo. In tal modo, con la estetizzazione delle «pastorelle-angiolelle», la miniaturizzazione del «boschetto», delle «pecorelle», con l'illeggiadrimento delle «ghirlandelle», il Sacchetti può scivolare sulla «povera capannetta», sul «picciol tetto», rendere le pastorelle contente del loro stato («ricchezze non cerchiam né più ventura | che balli e canti e fiori») anche se «mal vestite» e mal nutrite dalla «natura»: il Sacchetti è maestro nell'estetizzare la realtà per renderla piacevole, nel presentare sotto aspetto falsamente popolare ciò che è stucchevole travestimento letterario borghese.
L'idealizzazione della natura e dei modi di vita duri è una delle più diffuse forme del populismo filisteo ed ha avuto autorevoli battistrada nella nostra letteratura. Il Sacchetti «pastore-montanino» ha forti radici di classe e di ideologia letteraria che l'umanesimo bucolico renderà più profonde. Ballata, madrigale, idillio, caccia sono spesso nel Trecento componimenti soporiferi e narcotizzanti.
I poemi allegorici e didattici del Trecento hanno importanza per conoscere i costumi, anche se l'allegoria è fredda ed esteriore. Così è in Francesco da Barberino in Valdelsa (1264-1348), notaio, esule politico, conoscitore della letteratura provenzale, il quale scrisse due poemi: i Documenti d'Amore, precetti dettati da Amore ad Eloquenza
  1. (L'antica via non lassar per la nova,
  2. se non hai ferma prova
  3. che sia miglior,

  4. [...]
  5. Bestia non è mai omo;
  6. ma omo bestia spessamente veggio,

  7. [...]
  8. Le vaghe donne hanno amadori assai;
  9. l'oneste n'hanno men, ma son perfetti)
e il Reggimento e costumi di donna, precetti di galateo e del contegno che le donne devono tenere nelle varie età della vita e nelle diverse condizioni sociali:
  1. Sian li suoi atti sempre vergognosi,
  2. però ch'a lei vergogna è grante vertude;

  3. [...]
  4. Se tu se' molinara,
  5. torrai la tua ragione, e l'altrui lasse;

  6. [...]
  7. Se forse fossi conversa di chiesa
  8. non ti mostrar filosofa o maestra;

  9. [...]
  10. Se tu alberghi o dai mangiare o bere,
  11. vendi le cose, ma non tua persona
Didattico è il poema l'Acerba di Francesco Stabili detto Cecco d'Ascoli, lettore di medicina, medico e astrologo di corte presso il duca Carlo di Calabria, processato per eresia e morto sul rogo nel 1327. Nel suo poema incompiuto trattò delle influenze degli astri, delle virtù delle pietre preziose, di contenuti dottrinali che Cecco oppose alle «fantasticherie» di Dante proclamando:
  1. Qui non se canta al modo delle rane,
  2. qui non se canta al modo del poeta
  3. che finge imaginando cose vane; […]
  4. qui non se gira per la selva oscura;
  5. qui non veggio Paulo né Francesca.
Nemico delle «fabule», Cecco scrisse una sintesi della scienza medievale in cui: «resplende e luce onne natura | che a chi entende fa la mente leta».
Artisticamente povero è il Quadriregio, poema allegorico (un viaggio compiuto attraverso i regni dei vizi e delle virtù) in terza rima di Federico Frezzi, vescovo di Foligno che cercò di imitare maldestramente Dante come fa anche Fazio degli Uberti, pisano, pronipote di Farinata, esule ghibellino, uomo di corte di Scaligeri e Visconti, morto nel 1367, autore del Dittamondo (viaggio didascalico di argomento geografico).
L'opera di Dante ebbe nel Trecento grande diffusione, imitatori e commentatori. Tra i più antichi commenti ricordiamo il compendio in terzine composto da Jacopo di Dante (1322) e il suo commento all'Inferno, Graziolo de' Bambaglioli espositore in latino (1324), Jacopo della Lana in volgare come l'Ottimo, di Pietro di Dante, del Boccaccio, del Buti, di Benvenuto da Imola in latino.
Sulle piazze venivano recitati i poemi dei cantastorie che avevano inizio con l'invocazione a Dio o alla Vergine e trattavano temi vari: leggende cavalleresche dei cicli bretone e carolingio, leggende sacre, novelle, miti pagani, fatti antichi e moderni. I «cantari» adattavano la materia al gusto del pubblico cercando la naturalezza e lo scherzo ma anche gli intrecci avventurosi come in Bel Gherardino, Ponzela gaia, Donna del Vergiù, Liombruno, Fiorio e Biancifiore, La Spagna. I «lamenti» venivano scritti per una sventura che avesse colpito un principe o una città (per la rotta di Montecatini, per la morte di Cangrande, per la peste del 1348) e si chiamavano anche sirventesi mentre le «profezie» sono componimenti popolareschi di intonazione ascetica, carichi di minacce di punizione.
I sentimenti umani nei cantari sono iperbolizzati per suscitare consenso eroico o umoristico negli uditori con formule di promesse, di giuramento, con azioni perentorie:
  1. ma se di lei non faccio io vendetta,
  2. giammai non porterò corona in testa;

  3. [...]
  4. e, se d'amor d'alcuno era richiesta,
  5. di fatto gli facea tagliar la testa;

  6. [...]
  7. e a destrier mia persona mai non monta,
  8. se vendetta non fo di cotal onta.
Popolare è il sentimento religioso delle laude scritte da Bianco da Siena, prima cardatore, poi nell'ordine dei Gesuati. Queste laude derivano dal movimento spirituale creato dal beato Giovanni Colombini:
  1. Per amor vo impazzando
  2. con desidèro acceso,
  3. per amor vo gridando
  4. al forte ne so' preso!


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