Capitolo

20

L'età del Fascismo

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20 - § 2

La Ronda, Strapaese e Stracittà


La letteratura del ventennio dominato dal fascismo fu, nella sua eterogeneità, caratterizzata dal ritorno all'ordine, dallo spegnimento delle avanguardie, dai fuochi fatui futuristi e strapaesani. Se il fascismo antemarcia aveva assunto anche simboli futuristi il fascismo postmarcia, gestore degli interessi degli industriali, poteva pretermettere la roboante letteratura della macchina e accogliere i ritorni a Manzoni, Leopardi, Verga e quelli degli studiosi delle arti figurative al Quattrocento. Pirandello era fascistizzato quantunque la sua visione esistenziale fosse il simbolo del disimpegno assoluto.
Nessun movimento di avanguardia, come l'espressionismo in Germania, il surrealismo in Francia, si sviluppò in Italia. Qui abbiamo avuto, invece, con la «Ronda» (una rivista romana uscita dal 1919 al '23 a cura di Bacchelli, Baldini, Barilli, Cardarelli, Cecchi, Montano, Saffi) un programma di indipendenza e autonomia dell'arte, in nome di una letteratura separata dalla vita e dalla pratica.
I rondisti intesero reagire contro gli avanguardisti, i futuristi e, soprattutto, contro gli inquieti e problematici vociani richiamandosi allo stile più levigato di Manzoni, al linguaggio e al classicismo di Leopardi (del quale ignorarono l'illuminismo). Perciò esaltarono la letteratura, il mestiere del letterato che compie il suo lavoro «senza preoccuparsi d'altro». In essi è la dichiarata nostalgia per l'età in cui l'Italia era divisa politicamente e nei piccoli Stati lo scrittore poteva essere europeo.
Passato leopoldino, vita dello Stato della chiesa, mondo borbonico, vecchi feudi rurali diventavano per taluni rondisti i luoghi ideali e tranquilli per gli ozi letterari, per lo stile del classicismo borghese. Questi letterati scrivevano: «Noi non abbiamo paura, quel che si dice paura del bolscevismo» e vissero sotto la protezione del fascismo che ne nominò almeno tre accademici d'Italia. I rondisti furono i creatori della prosa d'arte, del capitolo, del calligrafismo, del bello scrivere separato dalla politica, ma anche i creatori della difesa passiva nella letteratura in tempi in cui l'impegno è inevitabile.
Letterariamente ideologica fu, nell'ambito del fascismo, una polemica sorta fra Strapaese e Stracittà, tra le riviste «Il Selvaggio» e «900». Lo strapaesanismo è l'adulterazione del concetto di popolo sano di un'Italia rurale, la mitizzazione del popolo sul piano etico dei valori naturali e primitivi, agresti e selvaggi. La concezione populistica non riconosce ruoli effettivi, dà paternalisticamente benemerenze di buon selvaggismo.
In Soffici e Papini («mi sento perfettamente d'accordo con le vacche […] e con la nostra cara e buona lingua di bifolchi e di genii») il localismo toscano diventa il rifugio dalla cultura, dalla scienza, dalla città, dal materialismo delle macchine.
Domenico Giuliotti, cattolico reazionario e già fondatore della rivista «La torre» (1913: «la nostra fede non è un inginocchiatoio ma un coltello […] chi crede vuole che gli altri credano: noi siamo intolleranti» scriveva a Federico Tozzi), fu suggeritore di alcuni motivi a Papini.
Molti sono gli scrittori che dal piano dei valori contadini retoricamente proclamati scivolano nel sanfedismo. Soffici vorrebbe il popolo «satollo e contento» ma poiché esso prima di un certo tempo (stabilito come «tempus quiescendi») «non saprà mai cosa significhi libertà e spirito, mi piace intanto che obbedisca, e lasci a chi lo sa la direzione della vita».
Curzio Malaparte1 (pseudonimo di Kurt Erich Suckert, 1898-1957) di Prato, appartenente al «900» e passato poi al «Selvaggio», coniò la parola Strapaese per definire coloro che aderivano al «Selvaggio» (1924-43), periodico nato a Colle Val d'Elsa come interprete dello squadrismo locale e dal 1926 trasferitosi a Firenze sotto la direzione di Mino Maccari (1898) che lo arricchirà di vignette satiriche sue, di disegni di Morandi, Carrà, Bartolini, Rossi, De Pisis, Soffici.
La polemica coincide con la svolta autoritaria del fascismo. Il «Selvaggio», scrisse Maccari, serve «per difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana […] contro l'invasione delle mode, del pensiero straniero e delle civiltà moderniste» che potrebbe «annullare il tesoro della nostra razza». Gli avversari sono coloro che «non potendo vendere l'arrosto cotto al fuoco della tradizione, vendono il fumo grigio del novecentismo» ma unita all'esaltazione del popolano becero, manesco, manganellatore c'è in Maccari la polemica contro i «fascisti addomesticati, che consideriamo la peste bubbonica del P. N. F.».
Tradizione, antiaccademismo, fascismo di «natura cattolica, rurale», sobrio, antiaffarista sono i motivi della polemica di Maccari al quale sarà ritirata la tessera fascista e il cui «Selvaggio» (che ebbe collaboratori Baldini, Cardarelli, Bacchelli, Palazzeschi, Interlandi, Soffici, Prezzolini, Bottai, Berto Ricci, Longanesi, Bilenchi) verrà spesso sequestrato:
Economia : «L'ha detto anche il senatore Agnelli | che siamo tutti fratelli»;
Pesi: «Che seccatura | l'Istituto Fascista di Cultura»;
Didattica: «Nelle scuole medie | si riscaldan le sedie»;
Pessimismo: «Dal Madagascar alla Catalogna | trionfa sempre la carogna»;
Gli avidi: «Ci viene il vomito | a veder tanti lavorar di gomito».
A quelli di Stracittà Maccari rinfacciava prebende e guadagni:
  1. Alle ruote del tuo carro
  2. non è mancato il grasso né l'unto,
  3. feluca in testa e lauro al tabarro,
  4. t'hanno servito di tutto punto.
Malaparte, già autore della Rivolta dei santi maledetti (1921) in cui vede il comportamento dei soldati italiani a Caporetto determinato dagli errori dei politici e dei militari, diventa strapaesano con le cantate dell'Arcitaliano (1928):
  1. Tra il Bisenzio, l'Arno, l'Ombrone
  2. e la Val d'Elsa è il nostro regno:
  3. alla brutta e alla bella stagione
  4. vi cresce l'erba dell'ingegno;
  5. O Italiani ammazzavivi
  6. il bel tempo torna già […]
  7. Pace ai morti, botte ai vivi:
  8. Spunta il sole e canta il gallo
  9. o Mussolini monta a cavallo.
La rivista «900» (1926-29) diretta da Massimo Bontempelli2 (1878-1960) di Como e, nei primi tempi, da Malaparte sorse per sprovincializzare la cultura italiana, sostenne il valore del novecentismo e il rapporto tra fascismo e mondo moderno. Bontempelli ebbe come collaboratori Joyce, D. H. Lawrence, Malraux, Soupault, Erenburg, V. Woolf, Antonio Aniante, Marcello Gallian, Corrado Alvaro e altri. Sulla rivista Bontempelli teorizzò il suo «realismo magico», una combinazione di fantasia e intelligenza che ha come dato di base il surrealismo francese, la vita cosmopolitica moderna e che lo scrittore tradusse in arte nei romanzi Vita e morte di Adria e dei suoi figli (1930) e Gente nel tempo (1937).
Strapaesani e stracittadini sguazzarono nella letteratura facendo credere gli uni agli altri di combattere per la civiltà; essi non riuscirono a confrontarsi con posizioni culturali diverse né contrarie e contribuirono a creare alibi alla fisionomia del fascismo. Nella polemica non c'è traccia di problemi, i due gruppi cercarono soltanto di organizzarsi (con pubblico, messaggi, atteggiamenti) culturalmente in relazione al momento politico fascista: né gli uni né gli altri ebbero da riprovare un solo aspetto del liberticidio di quegli anni.

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