Capitolo

20

L'età del Fascismo

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20 - § 1

Origine, organizzazione culturale, «stile» del Fascismo


Le atrocità della guerra fecero cadere i miti che l'avevano sostenuta: barbarie tedesca e civiltà latina, eliminazione delle piccole cure borghesi e degli intellettualismi, rigenerazione morale della nazione, sentimento etico («Combattere, dunque; ma perché bisogna combattere, perché è dovere», G. A. Di Giacomo; «il dovere è più forte della compassione», Carlo Stuparich); il ritorno alle trincee riconduce alla «vita mediocre» ufficiali e ceti medi disadattati e scompensati («Simone, amico caro, | purtroppo la guerra è finita. | Che cosa ne faremo | di questa nostra vita?» [Giulio Camber Barni]; «Io per me, rientrando nella vita | ho avuto l'impressione di tornare indietro» [Arturo Stanghellini]), centinaia di migliaia di contadini dei latifondi meridionali che speravano di entrare in possesso della terra.
Il ritorno dalla guerra condotta spesso con irresponsabilità degli alti comandi (su questo motivo si svolge Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu) rende più esasperato lo squilibrio sociale dei ceti medi frustrati, delle masse contadine deluse mentre la vecchia direzione politica liberale è incapace di trovare un modo di governare diverso da quello delle oligarchie tradizionali. La rivoluzione socialista in Russia (1917) era di importanza universale perché rompeva la catena del dominio del capitalismo, poneva come base della costruzione di una società nuova il principio dell'uguaglianza fra gli uomini e dava vita a movimenti che avrebbero fatto crollare gli imperi coloniali e reso internazionale sul piano politico la solidarietà dei lavoratori.
Anche in Italia, in cui nel Partito Socialista il riformismo e il massimalismo in contrasto non riuscivano a creare una linea di azione, ebbe origine da una scissione socialista il Partito comunista (gennaio 1921). L'enorme moltitudine dei ceti medi e medio-inferiori, dei proletarizzati disadattati dalla guerra e disposti all'avventura è preda del sovversivismo di destra (in cui viene confluendo il sindacalismo rivoluzionario) a cui fa da supporto l'ideologia antisocialista di scrittori, giornalisti, intellettuali da D'Annunzio a Papini, Soffici, Marinetti, Panzini, Sem Benelli etc., al nuovo nazionalismo della «trincerocrazia», dell'arditismo, della «vittoria mutilata».
Su questo terreno, caratterizzato anche dall'impotenza politica del massimalismo socialista, vennero crescendo i Fasci di combattimento (1919) di Benito Mussolini (1883-1945) che dopo gli esperimenti di governo di Giolitti, Nitti, Bonomi, Facta, depongono le istanze social-repubblicane e sono sostenuti, come Partito nazionale fascista, dal blocco conservatore-reazionario in funzione antiliberale e antisocialista.
La «marcia su Roma» (ottobre 1922), che ha l'appoggio di monarchia, Chiesa, esercito, agrari della Valpadana, borghesia industriale e burocratica, seppellisce lo Stato liberale risorgimentale. Dopo l'uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924), la soppressione delle libertà di stampa e di associazione, si ha la dittatura totalitaria fascista: istituzione del Tribunale speciale (1926), introduzione della pena di morte, scioglimento della Confederazione generale del Lavoro (1927), concordato con la Chiesa cattolica (1929) rappresentano le tappe che portano alla guerra contro l'Etiopia, alla proclamazione dell'impero (1936), all'avvicinamento alla Germania di Hitler, all'intervento in Spagna in appoggio a Franco, al manifesto degli scienziati razzisti e alle leggi antiebraiche (1938), alla seconda guerra mondiale.
Il fascismo non fu un fenomeno casuale o una malattia, fu una delle forme violente assunte dal capitalismo italiano per assoggettare la classe lavoratrice, i sindacati, i partiti politici; fu fenomeno reazionario di massa che ebbe come base economica il capitalismo e come base sociale la piccola e media borghesia il cui consenso fu ottenuto, dopo la violenza armata contro il proletariato organizzato, con i miti del colonialismo, del primato, della nazione in armi. Della sua struttura sono elementi fondamentali lo squadrismo, l'imperialismo, il totalitarismo, la guerra, le forze capitalistiche, di volta in volta strumenti e obiettivi della sua natura di classe.
Si trattò di un fenomeno complesso in cui trovarono convergenza pragmatisti, scontenti, retori, manganellatori, dannunziani, futuristi, soreliani, falsi strapaesani
  1. (Quando l'uva bolli nei tini
  2. e scarlatti si fecero i pampani
  3. noi squadristi di Mussolini
  4. ci riunimmo in neri manipoli…
  5. Buoni zipoli sono i pugnali
  6. sempre rosso è il vino che cavano
  7. mentre s'empiono i boccali
  8. i moschetti fanno da zufoli.
  9. Fu autunno all'uso italiano
  10. e si diè principio allo sgombero:
  11. con fracasso di bombe a mano..
scriveva Mino Maccari) e molti intellettuali che diedero il loro consenso con motivazioni diverse, relative al modo in cui essi si erano venuti formando, alle speciosità culturali del fascismo e delle sue istituzioni.
Sicché nel fascismo confluiscono sia i falsi rinnovatori, intellettuali organici della borghesia come Papini e Soffici, sia i populisti, i letterati di formazione liberale che sperano di rinnovare la tradizione conservatrice postunitaria, i cattolici (dopo il concordato), sia (dopo la conquista dell'Etiopia) antifascisti attratti dall'evidenza del trionfo fascista, sia i giovani che nei Littorali della cultura riescono a trovare lo spazio per porre i problemi di una realtà extra-fascista ed extra-autarchica della quale riescono ad avere conoscenza.
Per ciò che riguarda l'organizzazione della cultura il fascismo, in quanto totalitarismo, vide con chiarezza politica l'importanza degli intellettuali e degli strumenti di cultura in funzione della creazione del consenso nelle masse di ceti medi, contadina e operai.
La cultura fu intesa soprattutto come strumento di propaganda: Mussolini parlando agli scrittori (1934) indicava le forme di propaganda «che vanno alle grandi masse, a milioni e milioni di individui, che toccano il profondo cuore di una vasta massa di popolo e fanno conoscere l'Italia […] E come gli scrittori del Risorgimento fecero conoscere i dolori, la schiavitù e le speranze d'Italia, così gli scrittori del dopoguerra e del Fascismo debbono far conoscere questa nostra Italia in tutte le manifestazioni delle sue attività e multiforme vita». Stampa, cinema, radio, teatro, scuola costituirono un blocco ideologico funzionale al blocco economico che era il sostegno del fascismo.
Dal mito fondamentale del duce discendono quelli di patria, impero, primato, Roma dei Cesari, trionfo romano collegati spiritualmente a fato, destino, Dio (sola forza che può piegare la volontà fascista), rivoluzione e, pragmaticamente, a ordine, disciplina, marcia, ranghi, assalto (al latifondo, ma, prima, alle sedi proletarie), lotta (alle mosche, ai sovversivi, agli ebrei), battaglia (del grano, demografica), conquista («Maglio», «Mazza», «Scure», «Testa di ferro» sono i titoli di testate di giornali del periodo squadristico), gregario (che responsabilizzava i disadattati tra i ceti intermedi) o tanti altri che sono stati studiati da Mario Isnenghi. A seconda del contesto il mito assumeva un valore mistico-ineluttabile o militare-imperatorio.
I miti costituivano un alone che contornava le istituzioni: Istituto fascista di cultura, Enciclopedia Italiana, Accademia d'Italia, Biennale d'arte, Carro di Tespi, Fiera del libro, Ministero della cultura popolare, Scuola di mistica fascista, Gruppo universitario fascista, Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche, Associazione fascista per la scuola, Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano, Istituto di studi romani, Opera di Dante, Istituto di studi per il Rinascimento, Casa di Oriani, Biblioteca Mussolini, Littoriali della cultura, Società geografica etc. (che ebbero alla loro guida Giovanni Gentile, Gioacchino Volpe, Giovanni Papini, Paolo Orano, F. T. Marinetti, Francesco Ercole, Giuseppe Bottai, Cesare De Vecchi, Luigi Federzoni, Ugo Spirito, Balbino Giuliano, Ugo Ojetti, Pietro De Francisci, Antonio Bruers, Alessandro Pavolini, Piero Bargellini, Arturo Marpicati etc).
Accademie, biblioteche, giornali, riviste, editori, registi di cinema (Carmine Gallone, Gioacchino Forzano, Alessandro Blasetti, Augusto Gemina, Mario Camerini, Goffredo Alessandrini) e di teatro servirono alla politica culturale fascista di massa che ebbe come aiuto una duttile e talvolta ambigua censura.
Se era difficile censurare i varchi aperti da fenomeni culturali diversissimi come strapaesanismo ed europeismo, cattolicesimo e idealismo laico, futurismo e classicismo (uniti dal pastiche della romanità) la censura fu una mannaia nei confronti di Marx, del marxismo, della cultura sovietica. La «più fascista delle riforme» fu detta da Mussolini quella della scuola compiuta da Giovanni Gentile (1923) attestata su: polemica antipositivistica, esaltazione dello spiritualismo risorgimentale e della statolatria, negazione del valore delle scienze, della democrazia, del socialismo.
La riforma Gentile privilegiava la scuola umanistica tradizionale, tagliava l'Italia fuori della cultura scientifica e del pensiero moderno, relegava i figli dei non abbienti nelle scuole di avviamento al lavoro o nei corsi complementari. Del resto Gentile, massimo organizzatore della cultura fascista e prosecutore nel fascismo dell'idea di un Risorgimento incompiuto, dotato di una componente di pensiero cattolico-ottocentesca, fu l'organizzatore delle maggiori imprese culturali, il controllore di case editrici, riviste, cattedre universitarie.
Non si può, perciò, sostenere la tesi che la cultura fascista sia stata soltanto rozza espressione di politici incolti; mentre è vero che essa riuscì a creare un moderatismo di massa e che le sue conseguenze sono da ricercare in comportamenti e atteggiamenti di massa da essa prodotti: il fascismo suscitò con i suoi strumenti organizzativi totalitari (non con i soli intellettuali) l'attesa di una cultura popolare demagogica e impastata di razzismo, colonialismo, autarchismo da non sottovalutare per le eredità sopravvissute in strati non insignificanti di ceti intermedi.
Il teppismo ideologico antibolscevico, la coreografia di massa con derivazioni dannunziane, la romanità e i colli imperiali, il carisma e il superlativismo del duce, gli orrori ideologici e morali del clerico-fascismo, l'andare verso il popolo furono accolti come messaggi e mediati dagli addetti.
Giovanni Giuriati spiegava che non è lecito chiamare confidenzialmente «nostro» il duce «perché appartiene alla umanità e alla storia».
Ettore Cozzani informava che «siamo la gente che ha inondata la terra di bellezza con le sue tele, i suoi marmi, le sue fabbriche, e i poemi e le musiche. Siamo l'Italia !».
Carlo Culcasi scriveva: «Mussolini ha una figura perfettamente maschia, quasi regolare e superba di forza. La sua occhiata è vasta e acutissima […] i grandi occhi neri che, sbarrati, affascinano e dominano, si socchiudono e luccicano fra le ciglia. Ma la fronte sta sempre alta; le mascelle quadrate rivelano la volontà […] è un artista come tutti i grandi italiani; è un creatore di stile»; e Mussolini suonatore di violino a Forlì «non poteva certo essere compreso dai compagni di un partito materialista che non andava oltre alla teoria del determinismo economico».
Angelo Manaresi così indicava il duce: «Dalla cintola in su emergeva sulle folle: anche soverchiato, anche urtato, anche a terra, dominava pur sempre […] Nato per comandare, per dominare la materia, che è bruta, e gli uomini, talora più bruti della materia».
Ugo Ojetti scriveva al duce per raccomandare di «non cadere nell'inganno della scuola unica […] Ancora i migliori ingegni sono quelli usciti dal Liceo classico, son quelli usciti dal Liceo scientifico» ed esaltava D'Annunzio: «io un granellino d'incenso glielo brucio fedelmente ogni giorno, e me ne vanto». Indro Montanelli esprimeva le sue sensazioni nel trovarsi in presenza del duce: «Quando Mussolini ti guarda è inutile tentare di recitare o di ricorrere alla suggestione di una messinscena qualunque. Quando Mussolini ti guarda, non puoi che esser nudo dinanzi a Lui».
Carlo Emilio Ferri, presentando a Mussolini gli Enti culturali lombardi, alloquiva: «noi, artefici della bonifica ideale, a cui avete dato la consegna di redimere l'acquitrino delle false ideologie, di schiantare la selva aspra e forte delle eresie contemporanee» e pronti a seguire il duce che ha salvato «nella civiltà la cultura e nella cultura la civiltà».
Achille Starace prescriveva nei fogli di disposizione del partito: «Anziché " cucine economiche " e " minestre " preferisco si dica e si scriva " rancio del popolo " […] Si è fatto largo uso del verbo " insediarsi " […] Leggendo, si affaccia alla nostra mente, sia pure per assonanza, la sedia, o peggio, la poltrona, che il Fascista nettamente respinge, quanto la tendenza alla vita comoda, dalla quale fatalmente si precipita nella stasi […] Si dica e si scriva, invece, " ha assunto la carica " […] Richiamo severamente le Camicie Nere di qualsiasi grado e rango a non parlare con elementi stranieri, i quali debbono essere sempre considerati o dei nemici o dei falsi amici […] L'uomo prolisso nello scrivere e nel parlare è da paragonare all'uomo adiposo […] dati i riflessi che l'adipe esercita sul sistema muscolare e cerebrale […] Un gerarca inchiodato al tavolo […] corre il rischio di perdere il dinamismo che lo deve contraddistinguere».
Alberto Luchini così commentava l'abolizione del «lei»: «O dato o preteso, il " lei " presuppone sempre l'adozione di uno stile di rapporti umani non rettilineo, ma curvilineo».
Negli Ordini della censura cinematografica si legge: sostituire la governante «calabrese» con «marsigliese», togliere la scena in cui il leone addenta l'uomo bianco, abbreviare la scena in cui alcune danzatrici eseguono la danza del ventre, sopprimere la visione di ragazzi che chiedono l'elemosina.
Negli Ordini della stampa del Ministero della cultura popolare: «Non pubblicare fotografie di Carnera a terra», «Non pubblicare fotografie in cui il Duce è riprodotto insieme ai frati», «Non si parli del cuore del Duce», «Non si deve pubblicare che il Duce ha ballato», «Notare come il Duce non fosse affatto stanco dopo quattro ore di trebbiatura», «Non " sfottere " gli arbitri» (delle partite di calcio), «Ignorare la Francia», «Ignorare la pellicola propagandistica dell'ebreo Chaplin», «Non sensibilizzare il terremoto romano», «Dire che il Duce è stato chiamato dieci volte al balcone», «Astenersi dalle sdolcinature e tenerezze riguardo agli abissini […] Assoluta e netta divisione tra la razza che domina e quella che è dominata», «Non pubblicare corrispondenze dei nostri bombardamenti in Africa Orientale», «La denominazione "pompiere" è stata da tempo abolita. I giornali quindi usino sempre "vigili del fuoco"», «I quotidiani, i periodici e le riviste non devono più occuparsi in modo assoluto dei dialetti», «Non occuparsi di teatri vernacoli», «Non dare notizie di piene» (di fiumi) etc…
Questi esempi di «stile» fascista esprimono con la più chiara evidenza la cultura che doveva discendere in tutti gli strati sociali. Si trattava di falsi, deidentificazioni, affermazioni prive di base storica e critica, mitizzazioni allucinanti e ridicole che diventarono, però, elementi di comportamento moderato e reazionario di massa.
Anche i capoversi del Manifesto degli scienziati razzisti (1938) sono dei falsi scientifici intesi, sulla scia delle ideologie ottocentesche di estrema destra, a discriminare gli ebrei escludendoli dalle amministrazioni civili e militari, dai matrimoni con ariani, dalla patria potestà sui figli di religione non ebraica, dalla scuola, dalla cultura: «La popolazione dell'Italia attuale è di origine ariana; È una leggenda l'apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici; Esiste ormai una pura "razza italiana"; Gli ebrei non appartengono alla razza italiana; I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo» etc, a cui seguì una nuova Bozza razziale nella quale si sosteneva «la continuità dei tipi dall'epoca romana ad oggi» nonché di «indole guerriera e spirito di iniziativa».
La «genialità della stirpe» si rivela nelle donne come Caterina Sforza, Vittoria Colonna, Elisabetta Gonzaga e negli uomini come Manzoni, D'Annunzio, Mussolini e «gli antichi legionari romani rivivono nei legionari dei Fasci».
Anche la dottrina di Freud, nell'interpretazione datane sulla «Difesa della razza» diretta da Telesio Interlandi, «come quasi tutte le teorie ebraiche, distrugge senza ricostruire» e mira «a giustificare l'incesto che, secondo certe notizie, fra gli ebrei si pratica su larga scala in certe regioni, allo scopo di mantenere la genuinità della razza».
Questa cultura portò con sé la morte di settemila ebrei italiani nei lager tedeschi. Per quanto riguardava l'andare verso il popolo quanti pochi intellettuali si accorgevano che «popolo» era una astrazione e non una classe, era un alibi psicologico, e che l'andata verso il popolo «faceva parte della valanga» (Cesare Pavese: «E poi non eravamo anche noi popolo? Non è la cosa più nevrotica sentire il bisogno di uscire da se stessi? Hanno mai di queste ubbie i popolani veri?»).

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