Capitolo

2

Società borghese e cultura nel Duecento

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2 - § 7

La prosa


Lo stato di disgregazione in cui rimase l'Italia dopo la caduta dell'Impero romano non consentì una delineazione nazionale della cultura nel medioevo. Il nostro medioevo ha come suoi intellettuali gli ecclesiastici che per diversi secoli esercitano una egemonia, eredità delle classi colte di tutti i territori imperiali presenti a Roma. In sostanza il medioevo in Italia non ha caratteristiche storico-culturali nazionali, le prime creazioni sono ritardate in relazione all'Europa, le influenze principali nella nostra penisola sono latine e francesi. La nostra prosa più antica è francese, i contenuti derivano dalle influenze indicate: sono versioni o rimaneggiamenti. Leggende storiche, moralità, dottrine scientifiche che vennero tradotte o ridotte in Italia esistevano in latino o in francese.
Le leggende bretoni dei cavalieri di re Artù vennero fatte conoscere in lingua francese da Rustichello da Pisa intorno al 1270 e in lingua toscana da un anonimo nel Tristano; nel Fioravante e nel Buovo d'Antona riappaiono in prosa toscana avventure di eroi carolingi. In francese lo stesso Rustichello scrisse nel 1298, sotto dettatura di Marco Polo1 (1254-1324) che era stato imprigionato dai genovesi, Il Milione, la narrazione delle imprese meravigliose del viaggiatore veneziano. Con la lingua d'oil lo scrittore veniva letto in tutta l'Europa e Martino da Canale, autore di una romanzesca cronaca dei Veneziani, diceva che quella lingua «corre per il mondo ed è la più dilettevole di tutte a leggersi e a udirsi».
Nel XIII secolo appaiono in Toscana i primi esempi di prosa storica italiana con la Cronaca fiorentina di Ricordano Malespini. Nelle prose moraleggianti incontriamo versioni, rimaneggiamenti, compilazioni in diversi dialetti: dai Fiori derivano gli esempi di virtù e di vizi attinti a scritture bibliche, classiche, patristiche e medievali. I precetti dell'eloquenza classica vennero diffusi per il sostegno che potevano dare nelle manifestazioni di vita civile e politica del Comune, i testi di rettorica (Guido Faba), le epistole (Pier della Vigna, Guittone d'Arezzo) costituivano le regole dello stile nelle scuole di giurisprudenza, di notariato, di dettatori.
Il più attivo traduttore duecentesco è il fiorentino Bono Giamboni che mutò in toscano il Trésor di Latini, opere di Orosio, Vegezio. La prosa novellistica ha il maggior documento nei cento racconti del Novellino che un anonimo fiorentino compose raccogliendo episodi cortesi, imprese liberali, bei motti con personaggi anche biblici e classici medievalmente travestiti o contemporanei. Da un originale francese deriva il Libro dei sette savi contenente quindici novelle che ebbero divulgazioni in tutte le lingue europee e in molte orientali. La prima poesia italiana si rivestì fin dal principio delle forme linguistiche dell'alta lirica mentre la prosa è più vicina alla lingua parlata; anche qui il toscano ebbe prevalenza sugli altri dialetti.

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