Capitolo

19

Società e cultura nell'età giolittiana

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19 - § 7

Italo Svevo e la distruzione della narrativa naturalistica


Scipio Slataper rappresenta l'incontro del mondo triestino e giuliano con l'italiano e con il tedesco: Hebbel, Nietzsche sono (oltre Ibsen) alla base della sua cultura. Trieste non è soltanto il luogo fondamentale dell'«irredentismo morale», come lo chiamò Slataper, culla di Carlo e Giani Stuparich, di Giulio Camber Barni (autore di La buffa), Giulio Caprin, Silvio Benco e altri, ma anche incrocio di razze e di cultura. Il mondo giuliano partecipa di quello centroeuropeo con Michelstaedter testimone della reazione individuale al peso dei grandi organismi economici, dissolvitore della coscienza borghese.
Anche Italo Svevo1 (pseudonimo di Ettore Schmitz, 1861-1928) triestino, in quanto partecipe della cultura mitteleuropea che ha già oltrepassato i principi del naturalismo, si rivolge con l'avanguardia europea verso l'esperienza individualistica. Questa sua esperienza non si svolge in forma di negazione — rivolta ma di negazione — umorismo amaro, secondo i modi della sua formazione e della sua personalità. Appartenente anch'egli alla borghesia ebraica, studia in Baviera, quindi si impiega nella succursale triestina della Banca Union, collabora al quotidiano «L'indipendente», si forma una vasta cultura che va dall'idealismo tedesco alla narrativa russa, francese, americana, a De Sanctis e Carducci con un interesse insolito nei letterati italiani: «Ho eliminato dalla mia vita — scrive — quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura. Io voglio soltanto attraverso a queste pagine arrivare a capirmi meglio». Entra come socio nella ditta del suocero che fabbrica vernici per navi e acquista agiatezza. Intorno al 1890 è vicino al socialismo ma se ne allontana nel '98, nel 1903 conosce James Joyce che insegna inglese a Trieste, più tardi conosce le opere di Proust e di Kafka. La morte lo coglie a Motta di Livenza in un incidente d'auto.
I primi due romanzi di Svevo, Una vita (1892) e Senilità (1898) appaiono inattuali in Italia perché oltrepassano l'impianto della narrativa naturalistica e la fiducia nell'oggettività positiva del reale. In Una vita Svevo vede, col protagonista Alfonso Nitti, che nell'organizzazione della società borghese l'individuo non può trovare realizzazione se non deviando il proprio essere. Il giovane Nitti viene a Trieste dalla provincia, s'impiega in banca e si accorge dell'automatismo del lavoro, dell'utilitarismo dei colleghi, dell'estraneità alla vita individuale che è creata dall'organizzazione finanziaria e burocratica. Tenta di trovare se stesso prima nella letteratura, poi nell'amore per Annetta Maller, figlia del direttore della banca; seduce la ragazza ma poi pensa di rinunciare ad essa. Allontanandosi da Trieste, al ritorno trova Annetta fidanzata al cugino e si uccide ritenendo che rinunzia ad Annetta e suicidio possano farlo prendere in considerazione dagli altri. Il romanzo risente certamente dell'influenza francese di Zola, Flaubert, Balzac ma l'introspezione, il monologo mirano a dissolvere l'oggettività dell'uomo e del mondo.
Non Hegel ma Schopenhauer (per il quale l'affermazione della vita è negazione) è il filosofo di Svevo il quale proietta nell'interno del personaggio (diversamente dai modi del naturalismo) l'inquietudine e l'angoscia di una borghesia che prende coscienza dell'alienazione. Per Svevo la coscienza mediante l'analisi di se stessa e del proprio inconscio (non, quindi, dei fatti) scopre la dissoluzione dei fatti sicché la salute della società appare malattia e disfacimento. D'Annunzio, Fogazzaro si illudono coi loro miti individuali e borghesi (che sono i legami con la società conosciuta e contemporanea), Svevo squalifica quella realtà (e quei miti) perché prende coscienza dell'irrazionalità, della tragicità, della nullità del reale, ma anche degli autoinganni della coscienza che si crea illusioni.
La visione di Svevo non è casuale, corrisponde alla caduta delle certezze razionali, alla solitudine dell'uomo, all'assenza di una ragione di vita, all'impossibilità di mascherare con ragioni di progresso economico e di trionfo il desolato, tragico, grottesco volto della realtà irrazionale.
In Senilità è un inetto il protagonista Emilio Brentani, un impiegato il quale si innamora di Angiolina, una ragazza del popolo che lo tradisce ma nel cui legame egli trasporta le sue frustrazioni. Emilio cerca di convincersi che Angiolina non ha valore per lui ma i tradimenti di Angiolina non fanno che legarlo più saldamente a lei. Emilio che non sì può realizzare positivamente è deformato dalla società con autoinganni, alibi, mascheramenti, finzioni di inesistenti qualità.
Nei venticinque anni che decorrono da Senilità alla Coscienza di Zeno (1923) Svevo perfeziona i modi narrativi analitici, interiorizzati, conosce le teorie di Freud e la nuova coltura mitteleuropea, l'umorismo austriaco, quello ebraico-jiddish, la satira, l'ironia che dalle letterature polacca, ungherese, romena, boema, croata convergevano nel grande invaso culturale viennese anche come espressione inevitabile di dissensi ideologici e intellettuali, le avanguardie del centro Europa.
Le vicende del terzo romanzo sono le annotazioni di un diario che Zeno Cosini scrive durante una cura psicanalitica per guarire dal vizio del fumo. Zeno descrive la vita non nella sua oggettività ma nella coscienza che egli ne ha, nelle rifrazioni che assume nel presente, per il risalire
  1. a galla, scrive Svevo, delle parti che parevano sprofondate nell'oblio mentre altre scompaiono perché ormai poco importanti. Il presente dirige il passato come un suonatore d'orchestra i suoi sonatori.
Dall'analisi di Zeno, inetto come i protagonisti degli altri romanzi, emergono la sorte di ingannare se stessi per alleviare il dolore delle delusioni, la creazione, perciò, di alibi continui, l'aggrovigliarsi delle contraddizioni che inceppano l'azione. Ma Zeno ha consapevolezza dell'umorismo, dell'ironica sorte a cui il flusso del passato-presente conduce l'uomo; da qui il suo distacco sull'accadere degli eventi e sulla catastrofe finale dell'umanità: una esplosione enorme che distruggerà tutto e in seguito alla quale «la terra ritornata in forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie».
Con Zeno il «personaggio» della narrativa italiana si sfalda, vivono i suoi flussi interiori, le sue scomposizioni della realtà che è la funzione della coscienza. Ripetiamo che ciò in Svevo non è casuale né arbitrario, avviene perché lo scrittore, meno legato alla «letteratura» italiana e più aperto al mondo della borghesia mitteleuropea e collocato in un osservatorio, panoramico e di vie di incrocio come quello di Trieste, osserva penosamente gli squilibri tra l'orientamento che ognuno dà alla vita individuale e i dirottamenti e gli andirivieni attraverso i quali essa si svolge.
Le forme e la percezione dei modi in cui la borghesia sente la crisi propria e del mondo austro-ungarico gli vengono proprio da quella cultura e non dalla denuncia dei veristi e dei naturalisti chiusi nella provincia, nella regione, nella fotografia delle cose e delle persone come esistenti oggettivamente. Attraverso quella cultura e quei modi (analisi, monologo, senso delle cose, passato attraverso il presente), attraverso la rappresentazione del negativo e non dell'eroico, della coscienza dell'individuo, Svevo giunge a dichiarare l'impotenza a rappresentare in modo oggettivo il proprio tempo: l'unico stato effettivo rappresentabile è la malattia, la crisi, la patologia dell'individuo.

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