Capitolo

18

Le contraddizioni sociali e culturali dell'età umbertina

Puoi sostenere il FONDO ANTONIO PIROMALLI onlus
e questo sito mediante il
CINQUE x MILLE:
Nel Modello UNICO, o nel 730, o nel CUD, puoi
METTERE LA TUA FIRMA nel riquadro dove c'è scritto
"Sostegno alle organizzazioni non lucrative di utilità sociale",
e SCRIVERE il codice fiscale
97529520583

Ricerca


Elenca le ricorrenze per paragrafo della parola ricercata
Elenca tutte le ricorrenze della parola ricercata


Note a questo paragrafo:





più grande normale più piccolo
Versione stampabile di questo paragrafo
(senza note)
Versione stampabile di questo paragrafo
(completa di note)

18 - § 5

Il realismo provinciale e regionale


La narrativa veristica ha, come abbiamo detto, diversi piani e diversi spessori. Il romanzo di costume esprime i modi di vita della società borghese cittadina che comincia a delineare i suoi tratti comuni nella partecipazione al governo della nazione. Quella società è rappresentata nei sentimenti civili, sociali, negli intrighi finanziari ed economici, nell'eros, in una diffusissima pubblicistica che si travasa anche nei giornali, nelle riviste, per le richieste di un pubblico che diventa più largo e interessato a riconoscersi nel costume.
Nelle grandi città si ha la direzione burocratica borghese mentre nei piccoli centri e nelle campagne rimangono più profonde le caratteristiche regionali e locali in cui si può notare il conflitto con la cultura più moderna che si sovrappone.
Campagne, villaggi, vecchi feudi, la maggior parte d'Italia, esprimono in dialetto tradizioni secolari, proteste contro lo sconvolgimento economico, organizzano la lotta contro l'egemonia dei gruppi borghesi cittadini. La narrativa verghiana aveva portato alla luce la condizione delle plebi rurali e paesane e ne aveva esaltato la disperata rassegnazione, la coatta dislocazione al di fuori della storia, riuscendo proprio in tal modo a storicizzare il pessimismo.
Luigi Capuana (1839-1915), scopritore del romanzo sperimentale di Zola e diffusore del naturalismo, scrisse due romanzi, Giacinta (1879) e il Marchese di Roccaverdina (1901). In quest'ultimo è rappresentata una vicenda tragica nel quadro dei rapporti di vita feudale in Sicilia ma gli interessi culturali svariati raffreddano la forza narrativa dello scrittore.
Il pittoresco che in lui talvolta galleggia non si incontra in Federico De Roberto1 (1861-1927) nato a Napoli ma catanese di elezione, autore del romanzo I Viceré (1894) in cui è rappresentata con i modi del naturalismo la storia di una famiglia, gli Uzeda, che si consolida attraverso la rivoluzione nazionale. Gli Uzeda comprano a basso prezzo i beni della manomorta e adoperano il moto nazionale in senso conservatore: si fanno sostenere da giovani patrioti e da borghesi complici del baronaggio ai quali riesce utile essere rappresentati da un patrizio in veste liberale come don Gaspare Uzeda:

La figura di questo meschino eroe del doppio gioco — scrive Trombatore — diventa rappresentativa di tutto il più gretto, cauteloso, sospettoso moderatismo siciliano […]. A impedire ogni eventuale sviluppo della rivoluzione, codesto ceto di bempensanti si impadronisce del nuovo ordine, corre a legalizzare lo stato rivoluzionario, organizza al più presto il plebiscito. Vuole subito l'annessione perché vuole esser protetto dalla forza ordinata e conservatrice dello stato sabaudo.

Eletto deputato all'unanimità, aiutato dal garibaldino Giulente, don Gaspare specula in borsa, è fondatore di banche, per vent'anni recita il motto: «Ora che l'Italia è fatta; dobbiamo fare gli affari nostri». La razza degli Uzeda, che aveva avuto la sua forza dal re, adesso la ha dalla rivoluzione addomesticata. De Roberto capì che il motivo economico e utilitario è fondamentale nella società ma non poté vedere la dialettica attraverso la quale sarebbe nato il riscatto del popolo che per lui era «per natura servile». Il narratore siciliano vedeva che gli ideali del Risorgimento erano serviti a baroni e agrari per schiacciare il sentimento di giustizia delle campagne e rinforzare il proprio potere.
Pirandello più tardi in I vecchi e i giovani rappresenta, nelle vicende siciliane degli anni 1892-94, la bancarotta del patriottismo risorgimentale e la consapevolezza che la vampata patriottica aveva coperto privilegi e soprusi. Donna Caterina Laurentano avverte il tradimento di cui è stata oggetto la Sicilia:

Qua c'è la fame, caro signore, nelle campagne e nelle solfare; i latifondi, la tirannia feudale dei cosiddetti cappelli, le tasse che succhiano l'ultimo sangue a gente che non ha neanche da comperarsi il pane! Si stia zitto! si stia zitto!

Il vecchio Mauro, invece, soldato del '48 e garibaldino, astratto e nazionalista, corre a unirsi ai soldati contro i villani in rivolta e, travolto dalla folla, riceve anche il piombo sulle cinque medaglie del Risorgimento, da parte dei soldati i quali restano meravigliati a guardare chi avevano ucciso.
La narrativa siciliana non ha confronti con quella di altri territori italiani, per lo più limitata al piccolo realismo descrittivo locale e aperta al suo sviluppo interno verso il decadentismo. Fondamentale strumento di omogeneizzazione borghese è il giornale.
Di esso si servì, tenendo l'occhio fisso al pubblico napoletano, Matilde Serao2 (1856-1927) nata a Patrasso, moglie del giornalista Edoardo Scarfoglio. Il verismo della scrittrice nasce dall'intuizione felice di adattare taglio, scorcio, scrittura del giornale al pubblico borghese e popolare con bozzetti, aneddoti, cronache che saranno raccolti in volume. Documenti sociologici di una napoletanità discutibile sono Il ventre di Napoli (1884) e Il paese della Cuccagna (1891).
Al giornalismo napoletano aveva collaborato nella giovinezza il cosentino Nicola Misasi (1850-1923), rappresentante della letteratura provinciale realistica calabrese con i Racconti calabresi (1881), In magna Sila (1883), Giosafatte Tallarico (1893).
In Toscana Mario Pratesi (1842-1921) di Santa Fiora descrisse la triste vita dei contadini senesi, la corruzione della vita cittadina in L'eredità (1889) e Il mondo di Dolcetta (1895) in cui la sorte degli umili è malinconicamente e polemicamente commentata in pagine amare sulla povertà e sul lavoro.
La vita popolare scrutò anche con umana partecipazione Renato Fucini (1843-1921) nato nel grossetano, conoscitore dell'ambiente naturale e umano della maremma, autore dei racconti Veglie di Neri (1877-81), All'aria aperta (1897), i cui limiti sono costituiti dalla macchietta e dal bozzetto, e di Napoli a occhio nudo (1878).
In queste opere gli scrittori osservano il mondo che conoscono, soprattutto quello della campagna, condizionato dalle necessità economiche, si soffermano su esse con pietà, raramente colgono alle radici le contraddizioni sociali determinate dal permanere, nella campagna, di una condizione tipicamente padronale.
La pena della vita stentata della piccola borghesia e del popolo milanese troviamo nel romanzo Demetrio Pianelli (1890) di Emilio De Marchi3 (1851-1901), manzoniano con esperienze scapigliate, educatore popolare. Il suo romanzo rappresenta i sacrifici sconosciuti dei vinti della grigia metropoli, rassegnati, privi di retorica, fedeli ai princìpi del dovere. Il primo romanzo di De Marchi, Il cappello del prete (1887), apparve «in appendice» di un quotidiano. In De Marchi il sentire religioso è cordiale, privo di unzione. Lo scrittore ebbe scarsa fortuna nonostante i suoi tratti di finezza, di umorismo, di umanità che derivano dalla tradizione lombarda e dal naturalismo. Un suo racconto, Carliseppe della Coronata (1882), esprime il dramma di un povero contadino che, recatosi per avere aiuto nel palazzo del conte (che era stato allattato dalla moglie), apprende di essere stato sfrattato dal cascinale e dalla terra in cui anche i suoi vecchi avevano vissuto. Anche nei romanzi Arabella e Giacomo l'idealista De Marchi esprime in modo contenuto fatti tragici come suicidi, ribellioni, follie, la bontà dei vinti umiliata dalla durezza di chi non bada alle virtù nascoste.
Dalla poetica del mondo patriarcale derivano i romanzi della nuorese Grazia Deledda4 (1871-1936) che si servì dell'elemento pittoresco e folklorico sardo per esprimere un travaglio morale. La maturazione della scrittrice avviene durante la crisi della cultura positivistica e del romanzo naturalistico sicché i personaggi e gli ambienti sono corrosi dalla liricizzazione.
Il punto di partenza della scrittrice è la Sardegna «diversa dal resto dell'Italia» nei costumi, nei caratteri, nei paesaggi, nella società fondata sull'autorità del padre-padrone, dei genitori demiurghi («Servi o padroni — dice un personaggio deleddiano — i miei figliuoli saranno sempre sottoposti alla madre») L'ordinamento autoritario della società arcaica ha la sua premessa nelle strutture economiche che esigono un decentramento economico e familiare. La Deledda per mancanza di indirizzo ideologico non coglie le leggi profonde di quel mondo per mancanza di svolgimento sociale: da qui e dalla Bibbia come libro fondamentale l'affermata necessità dell'espiazione quale conseguenza di ogni colpa nonché la liricizzazione dei motivi del destino e della fatalità. Più che il punto di vista borghese o quello contadino troviamo nella scrittrice quello esistenziale, in tutti gli strati narrativi.
Vasto è il materiale storico e popolare conosciuto dalla Deledda, che nel 1895 scrive le Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, ma scarsi i mezzi tecnici per organizzarlo artisticamente come limitate erano le sue esperienze culturali che rimangono quelle di una sentimentale e affascinata rapsoda della sua terra che collega la sapienza biblico-cristiana con gli usi e i costumi pagani della Sardegna. Il mondo arcaico dei pastori vive in Elias Portolu (1900) in cui un giovane lotta inutilmente contro l'amore per la moglie del fratello, in L'edera (1908) la cui protagonista che si strugge d'amore per il padrone Paulu si sente gettata nel mondo per scherno della sorte. Luoghi solitari, alberi millenari, distese di vallate solitarie creano intorno alle vicende atmosfere di leggende. Tutto ciò che la scrittrice sente spiritualmente grande ha l'impronta del primitivo: la chiesa di S. Basilio fatta di pietre rozze e di fango, circondata da rocce rugginose e cupe, gli uomini che preparano il banchetto, i pellegrini.
Canne al vento (1913) riporta il tema della fragilità dell'uomo di fronte al peccato liricizzata quale destino che stronca gli uomini come canne; nel romanzo c'è, come in tutti gli altri, un eremita o un segregato dalla vita, il servo Efix, personaggio biblico, carico di sapienza e di altruismo: per Efix, che espia un delitto, l'uomo non può creare la propria sorte e si deve abbandonare al volere di Dio («Siamo canne e la sorte è il vento»). Ma il tema della fatalità e del pessimismo va al di là delle capacità artistiche della Deledda e cerca il suo esito nell'atmosfera tra religiosa e superstiziosa dell'espiazione.
Il «fiume della vita» che tutto trascina, motivo esistenziale, introduce la scrittrice nell'area del decadentismo, dell'analisi psicologica dal Segreto dell'uomo solitario (1921) in poi. Le trame non esistono più, atmosfere simboliche, fiabesche polverizzano i personaggi; lo squilibrio precedente, tra visione etica e liricità, è assorbito dall'analisi preziosa, la certezza della Sardegna patriarcale è remota, l'arte della Deledda passa ormai attraverso esperienze formali più moderne e raffinate.

<-- Al paragrafo precedenteVedi elenco dei paragrafi Al paragrafo successivo -->
Versione stampabile di questo paragrafo
(senza note)
Versione stampabile di questo paragrafo
(completa di note)