Capitolo

18

Le contraddizioni sociali e culturali dell'età umbertina

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18 - § 1

Egemonia della borghesia e riformismo


Giunta al potere attraverso la conquista dello Stato unitario la borghesia italiana accantona la questione contadina e svolge la sua azione in base allo sviluppo economico determinante delle città settentrionali e alle loro articolazioni capitalistiche. In esse e a Firenze erano gli istituti moderati che avevano consentito anche l'accentramento finanziario e burocratico delle prime due capitali del Regno, nuovo ma in ritardo nei confronti delle altre nazioni.
L'egemonia borghese, che ha come base le concentrazioni urbane industriali, giustifica la scelta settentrionale dello sviluppo trainante con la necessità della modernità dello sviluppo stesso. Conseguentemente la borghesia attua una legislazione protezionistica che accresce il lavoro e la prosperità del settentrione impoverendo città e campagne del Mezzogiorno.
L'unità avveniva sulla base della diseguaglianza, e il ribellismo e la lotta dei contadini che chiedevano la terra vennero criminalizzati come brigantaggio; più tardi la disuguaglianza delle popolazioni meridionali sarà teorizzata dai sociologhi borghesi come incapacità organica delle popolazioni stesse, il Mezzogiorno sarà interessatamente considerato una «palla di piombo» per l'Italia.
Della scarsa soddisfazione dei meridionali di essere stati liberati dal peso dei Borboni e non da quello dei nuovi feudatari si rendeva conto perfino D'Azeglio il quale nel 1861 scriveva a proposito dell'invio delle truppe piemontesi contro i briganti:
  1. so che al di qual del Tronto non sono necessari battaglioni, e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principii. Bisogna sapere dai Napoletani un'altra volta per tutte, se ci vogliono, sì o no.
A questa domanda il frate Carmelo incontrato da Abba aveva già risposto:
  1. la libertà non è pane, e la scuola nemmeno. Queste cose basteranno forse per voi Piemontesi: per noi qui no.
La sinistra salita al potere (1876) interviene a favore dell'istruzione obbligatoria e per l'allargamento del diritto elettorale (fondato sul censo) dai seicentomila ai due milioni di cittadini (1882) ma Francesco Crispi prende il potere (involvendosi da garibaldino a monarchico e conservatore) per impedire i sommovimenti dei contadini che chiedevano la terra e per legarsi alle forze economiche settentrionali. Obiettivo di Crispi, ammiratore di Bismarck e fautore dello Stato forte e internazionalmente prestigioso —mentre milioni di contadini italiani analfabeti e senza terra erano costretti all'emigrazione —, era il mantenimento dello Stato borghese egemone, conservatore sul piano sociale, opposto alle forze radicali borghesi e poi a quelle progressiste popolari.
I gruppi borghesi di mentalità laica favorirono la tendenza al reale, il positivismo, il darwinismo evoluzionista. Essi si crearono nuovi mezzi di direzione (molte riviste di cultura, un qualificato giornalismo a Napoli, Roma, Milano, circoli di cultura, associazioni, biblioteche, centri scientifici) politica e culturale per razionalizzare riformisticamente il sistema senza risolvere la questione meridionale che Pasquale Villari, Sidney Sonnino, Leopoldo Franchetti con inchieste e denunce portavano alla luce.
Le paure del socialismo (del '70-'71 è la Comune di Parigi) e delle agitazioni operaie derivanti dalla concentrazione delle industrie nell'Italia settentrionale dividono sempre più questa borghesia dalla maggioranza contadina e operaia che si organizza nel partito operaio, poi dei lavoratori e nel 1892 in quello Socialista.

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