Capitolo

16

Il classicismo illuministico e Giacomo Leopardi

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16 - § 5

I motivi del pensiero leopardiano e la poesia dei «Canti»


L'ideologia di Leopardi non accoglie alcun motivo romantico né spiritualistico sicché per leggere i Canti occorre avere presenti i temi del pensiero leopardiano: il rapporto tra natura e ragione e la loro inversione di valore (natura prima benevola e poi matrigna; ragione prima limitatrice della pienezza di vita e poi illuminatrice della condizione degli uomini), il sensismo e la teoria del piacere, il materialismo fisico, meccanico, biologico e il pessimismo permanente. Una lettura che non tenga conto delle idee rischia di essere elencazione di contenuti contraddittori, di versi più o meno musicali, di idilli esteticamente belli come fioriture primaverili. Nel 1824 Leopardi stampa le Canzoni, nel 1831 appare a Firenze la prima edizione fiorentina dei Canti (preceduta da una lettera-dedica agli amici di Toscana in cui il poeta dice di avere «perduto tutto», di essere un «tronco che sente e pena», di avere un «corpo, che già non vive più») che nel 1835 sono ristampati, accresciuti di nuovi componimenti, a Napoli (nel 1836 questa edizione sarà sequestrata dal governo borbonico insieme con una nuova edizione delle Operette morali). Le tappe del pensiero e la solida base classicista-illuministica di Leopardi dispongono i Canti come ricerca di liberazione, di verità, come approdo di consapevolezza pessimistica virile, di agonismo, di messaggio coraggioso e demistificatore. Perciò pagine autobiografiche, Operette, Pensieri, Zibaldone costituiscono il terreno di crescenza della poesia che è strettamente collegata fin dai primi diversi esperimenti con il patetismo, il sentimentalismo al sensismo. Così la percezione che per mezzo dei sensi si può avere della natura è fondamentale, unita alla teoria dell'amor proprio, per comprendere L'infinito (1819), espressione dei limiti che la tensione dell'animo verso il piacere-felicità incontra nel presente fisico, nella siepe e nel vento, ma anche del piacere più grande (illimitato fino al «naufragar» della mente) che l'immaginazione può crearsi. Il punto di partenza è il desiderio di piacere, l'attività vitale dei sensi connaturata con l'esistenza: il desiderio nasce dai sensi e dall'amor di sé e l'infinito — che è tensione verso qualcosa di più appagante — è la destinazione che sollecita i sensi a operare creando un maggiore diletto. Occorre, perciò, leggere lo Zibaldone: «Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l'animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale […] Considerando la tendenza innata dell'uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere. E stante la detta proprietà di questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che non esistano, e figurarseli infiniti: 1. in numero, 2. in durata, 3. in estensione. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova nell'immaginazione, dalla quale derivano le speranze, le illusioni etc. Perciò non è meraviglia: 1. che la speranza sia sempre maggiore del bene; 2. che la felicità umana non possa consistere se non nella immaginazione e nelle illusioni […] L'infinità della inclinazione dell'uomo al piacere è un'infinità materiale, e non se ne può dedur nulla di grande e d'infinito in favore dell'anima umana». Indefinito, ricordanza diventano, quindi, nel sistema sensistico leopardiano, essenziali nelle ricerche della felicità, potenziano sensazioni e piacere. Sul piano estetico allargano i motivi sentimentali (come su quello psicologico ed esistenziale creano ragioni e princìpi di maggiore diletto) e la ricordanza (su cui è fondato l'idillio Alla luna, 1819) è «essenziale e principale nel sentimento poetico» perché «il presente, qual ch'egli sia, non può esser poetico, e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell'indefinito». Altra base essenziale, oltre quella sensistica dell'illuminismo, è per Leopardi il classicismo civilmente impegnato, ricco di tensione eroica, propostogli da Giordani come impegno morale, animato dal contrasto tra l'età antica: gloriosa e valorosa e il presente mediocre e imbelle. La tensione si accende al ricordo delle «alme franche e generose», dell'«ira de' greci petti» (All'Italia, 1818), della «schiera infinita d'immortali» contrapposta ai «perversi tempi» presenti (Sopra il monumento di Dante, 1818), al «secol morto, al quale incombe —tanta nebbia di tedio», alla «virtude rugginosa dell'itala natura». ai «tempi avvolti — in sonno eterno», al «peggiorato viver», al «secol di fango» (Ad Angelo Mai, 1820). Grecia e Roma repubblicana, esempi di virtù patrie e civili, sono simboli di incorrotto valore in Nelle nozze della sorella Paolina e A un vincitore nel gioco del pallone del 1821. Questi stampi classici sono gli emblemi del valore del mondo antico, un polo etico e sentimentale di Leopardi degli anni in cui il poeta sperimenta il pessimismo attraverso l'infelicità individuale. Ad esso e al «caro immaginar» delle illusioni si rivolge Leopardi nei momenti in cui la conoscenza e il «vero» non lo sottraggono allo «stupendo poter» dell'immaginazione e la natura non è cancellata dalla ragione.
Del resto la natura come paesaggio, aspetto vaghissimo di bellezza, è presente nella grande apertura di La sera del dì di festa:
  1. Dolce e chiara è la notte e senza vento
  2. e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
  3. posa la luna, e di lontan rivela
  4. serena ogni montagna
a cui contrastano il dolore del poeta e il sentimento del passare di tutte le cose e in La vita solitaria. In questi due componimenti la natura, non ancora totalmente nemica, è rivelatrice ai sensi e all'immaginazione della propria essenza misteriosa fatta di silenzi e di immobilità.
  1. Neanche, tuttavia, amica la natura agli infelici —
  2. … e tu, sdegnando
  3. le sciagure e gli affanni, alla reina
  4. felicità servi, o natura
— sicché ad essi «rifugio non resta altro che il ferro». Si affaccia il titanismo radicale del Bruto minore (1821) che ha origini alfieriane, dà inizio nei componimenti al pessimismo cosmico ed è la prima apparizione dei temi della rivolta eroica dell'ultimo Leopardi.
Non si tratta di un motivo isolato ma di una concezione organica che assume un tono rassegnato negli anni della parentesi di saggezza (1823-27); nel Bruto esso vigoreggia nei suoi elementi: degradazione della società dal tempo in cui gli uomini trascorrevano «libera ne' boschi e pura etade», ribellione contro la divinità che pretende devozione e opera ingiustamente: «dunque degli empi | siedi, Giove, a tutela?»; disprezzo per l'uomo comune che rassegnandosi considera ineluttabile il danno, titanismo dell'eroe che si dà morte sfidando:
  1. nell'alto lato
  2. l'amaro ferro intride,
  3. e maligno alle nere ombre sorride;
infima parte assegnata all'uomo nel cosmo:
  1. abbietta parte
  2. siam delle cose […]
  3. né scolorò le stelle umana cura;
indifferenza della natura per la fine degli uomini e delle nazioni: «dalle somme vette | Roma antica ruina»; indifferenza dell'eroe ribelle verso il corpo-materia: «prema la fera, e il mondo | tratti l'ignota spoglia». >
L'amore di sé che si può appagare nella persona amata non può essere appagato per Saffo (Ultimo canto di Saffo, 1822) creata deforme dalla natura. Saffo è esclusa ed emarginata dalla partecipazione alla vita: appartata dagli altri si accorge che la natura è ingiusta e nemica, che una ragione sconosciuta a tutti muove le cose, che soltanto il dolore è manifesto: «Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo | de' celesti si posa»;
che la morte volontaria può correggere la crudeltà del «cieco / dispensator de' casi» di avere chiuso un'anima bella in un corpo deforme. Anche in questo canto Leopardi considera soprattutto: cecità, indifferenza, crudeltà della divinità e miseria dell'uomo nella vita («negletta prole»). Questi due importanti componimenti racchiudono (soprattutto il Bruto) già il pensiero (e i miti) del pessimismo radicale e non possono essere letti alla luce della ricerca della poesia pura né la poesia può essere ricercata solo nelle parti liriche. Elementi tematici e linee intellettuali sono sempre di notevole rilievo in Leopardi per i loro sviluppi e intrecci nello svolgimento della poesia o come miti culturali sia che si tratti della nostalgia per le età antiche: «Vissero i fiori e l'erbe, | vissero i boschi un dì» (Alla primavera, o delle favole antiche, 1822);
sia che il poeta assorba nella cristallina, finezza illuministica di Alla sua donna (1823) i palpiti per la «candida imago» del Primo amore (1817). Come la filosofia non è, per Leopardi, puramente teoretica così la poesia non è mai puro canto ma l'una e l'altra sono frutto di una esperienza umana e culturale eccezionale, richiamo a un modo di essere che si oppone sia al generico e approssimatico contemporaneismo dei romantici sia alle conseguenze della scoperta del dolore universale:
  1. So che natura è sorda,
  2. che miserar non sa.
  3. Che non del ben sollecita
  4. fu, ma dell'esser solo:
  5. purché ci serbi al duolo,
  6. or d'altro a lei non cal
  7. (Il risorgimento, 1828).
Dopo il filtro filosofico delle Operette morali la poesia di Leopardi, ritornata a fiorire in un gruppo di canti pisano-recanatesi (1828-30), rinasce, nel quadro del pessimismo assoluto, come colloquio sui disinganni e sulla fine delle speranze. Il colloquio è potenziato dal ricorso alle sensazioni della lontananza, della rimembranza, del vago che accrescono il diletto della memoria, la tensione immaginativa. La lettura di questi canti, perciò, deve tener conto della sensitiva immersione di Leopardi nella memoria, così profonda e intensa, ad esempio, nel Passero solitario (1829) da dare l'idea, con l'uso del presente, che il canto sia stato scritto nella prima giovinezza. Memoria è accensione delle facoltà sensitive, acutizzazione dell'immaginazione che rappresenta — sul ritmo affettivo e del cuore, recuperato nella rievocazione con accenti di tenerezza, di accoratezza — con struggente intensità e con velata vitalità luoghi, ambienti, paesaggi, con un incanto estetico che, in virtù delle sensazioni, fa parere vicine le cose lontane: ma ciò avviene nel fondamentale tono pessimistico di una natura ingannatrice, matrigna, della fine delle illusioni, dell'apparire del vero, dell'infelicità degli uomini sicché ci si deve tenere lontani sia dalla lettura estetico-musicale che sillaba i versi sia da quella relistico-narrativa che riduce i componimenti a scene e bozzetti idillici. L'equilibrio altissimo di affetti e memoria sensitiva fa rivivere in A Silvia (1828) l'atmosfera festosa della vitalità dell'adolescente e l'inganno della natura distruggitrice delle «negre chiome», degli «sguardi innamorati e schivi», nella Quiete dopo la tempesta (1829) e nel Sabato del villaggio (1829) la sensazione poetica illeggiadrisce i personaggi — rievocazioni inconsapevoli, nella loro vitalità, che il piacere è la pausa dell'affanno perenne, autentico, organico alla materia vitale rapidamente distruggentesi nel suo compiersi. Il ricordo delle speranze giovanili, delle delusioni, degli «ameni inganni» nasce nelle Ricordanze (1829) da un tono affettivo così intenso e conclamato da richiamare la partecipazione profonda di chi legge e da rappresentare una linea di equilibrio evocativo inarrivabile. Il dolore universale — «non ha la vita un frutto, | inutile miseria»
— è allontanato dalla memoria mentre nel Canto notturno di un pastore errante dell'Asia (1830) l'indeterminato di spazio e tempo e la condizione di stato e di immaginazione primitivi, di sensazioni pure del pastore fanno scendere nei ragionamenti e nelle domande dell'errante, nelle sue conclusioni un sentimento assoluto e solenne di pessimismo: «è funesto a chi nasce il dì natale».

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