Capitolo

16

Il classicismo illuministico e Giacomo Leopardi

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16 - § 1

Il classicismo illuministico di Pietro Giordani


Nettamente staccato dal retrivo classicismo accademico è nell'Ottocento il classicismo progressista e illuminista, prosecutore della difesa della civiltà moderna (illuministica perché fondata sulla ragione) contro gli aspetti involutivi del Romanticismo: l'amore per un medioevo fantastico, confuso e antistorico, la restaurazione religiosa, il populismo paternalistico.
Lontani dal tradizionale concetto di imitazione i rappresentanti di questa tendenza, che arriva fino al Carducci attraverso Monti, Leopardi, Giordani ed altri, vedono nei classici greci e latini effettivi valori umani intesi come un ritorno alla natura secondo il concetto di Rousseau.
Ovviamente la loro ideologia classico-illuministica opera in un momento storico e culturale diverso da quello dell'Illuminismo settecentesco e le loro tensioni sono misurabili in riferimento polemico alle contraddizioni e ai rischi di perdita di valore di talune tendenze romantiche, sicché le posizioni dei rappresentanti sono variamente articolate. Ma dal fondamentale nucleo ideologico materialistico ed edonistico, laicamente polemico contro gli aspetti di restaurazione che sono nel romanticismo e contro i moderati eclettici toscani, deriva il pessimismo di Leopardi.
Il contributo classico-illuministico alla formazione del laicismo ottocentesco si ravviva soprattutto nel contrapporre gli ideali civili e progressisti alla contraddizione romantica tra modernità e medioevo, al tardo romanticismo di Prati e Aleardi, a tutte le forme di politica e di svenevole cultura che attraverso la religione tendono a creare pregiudizi e pericolose involuzioni. Tuttavia i rappresentanti di questa tendenza non costituirono un gruppo organico né poterono intervenire in quanto gruppo elaboratore etico-politico nei dibattiti dell'Ottocento: vi intervennero in quanto individui e tale isolamento affievolì il loro contributo. A tale deficienza occorre aggiungere il divario esistente tra lo stile aulico propugnato e le idee progressiste, l'impossibilità, cioè, di raggiungere un pubblico largo, come poterono fare i moderati, sorretti da un mezzo di comunicazione linguistico più moderno. Infine la loro presenza, esaltata dai classicisti reazionari, fu confusa con quella degli esaltatori e ne riuscì svigorita.
Dittatore letterario dell'età sua fu considerato Pietro Giordani1 (1774-1848) di Piacenza, che per ristrettezze economiche e delusione amorosa entrò nell'ordine benedettino per uscirne dopo pochi anni. Nel 1807 a Cesena recitò il Panegirico a Napoleone, saggio di eloquenza classica e segno di ammirazione verso Bonaparte, ma il restaurato governo papale lo privò nel 1815 dell'ufficio di prosegretario dell'Accademia di Belle Arti a Bologna e lo bandì dallo Stato come liberale e come forestiero. A Milano strinse amicizia col Monti, collaborò alla Biblioteca italiana ma uscì dalla redazione per divergenze col direttore Acerbi. Da Piacenza fu espulso per le idee liberali e la stessa sorte, per interessamento dell'Austria, subì a Firenze dove era amico di Niccolini, Capponi, Colletta. Poté tornare nel ducato, a Parma dove, però, nel 1844 venne incarcerato.
Giordani è ricordato soprattutto come stilista e purista restauratore dello stile illustre nella prosa; ma occorre dire che il suo purismo (ritorno ai trecentisti nella questione della lingua) s'inquadra nell'ideologia rousseauiana del ritorno alla natura, nel motivo sensistico dell'utile. Oltre gli «elogi» di Napoleone, Canova, del pittore Galliadi, un ritratto di Monti, numerose epigrafi, scrisse un Discorso su una scelta di prosatori italiani, Degli asili d'infanzia, Intorno alla spedizione di Carlo Stuart, pagine di politica, arte, pedagogia, storia letteraria mirando a creare una coscienza nazionale e una lingua purgata dalla corruzione settecentesca.
Nemico dell'imitazione dei classici, della didattica e della pedagogia del suo tempo (dello scrivere in latino, dei metodi dei gesuiti) mirò a prolungare la cultura illuministica per lottare contro la vecchia educazione e diffondere la cultura oltre la cerchia dei dotti. Gravi ostacoli all'attuazione di queste idee furono la forma puristica e l'avversione che egli ebbe ai dialetti. Il purismo fu per Giordani illuministico amore per il primitivo ma era la forma non idonea a esprimere idee antioscurantiste, anticlericali, progressiste e sociali.
Sollecito del bene della «moltitudine faticante e misera di popolo, che i superbi dicon plebe», nello scritto incompiuto Se debbano impedirsi gli studi ai poveri lottò l'idea (detta «bestiale demenza») dei gesuiti che i poveri non dovessero studiare. Il concetto centrale del progresso educativo lo fece essere nemico sia dei «condensatori di tenebre» che condannarono Sarpi e Galilei sia del cattolicesimo liberale dell'età sua.
Le idee di Giordani provenivano soprattutto dall'ambiente classicista e illuminista di Parma degli anni in cui Condillac e Rezzonico vi avevano diffuso il sensismo: la «materia senziente», la «forza» e «durata del pensiero», le «ferree leggi della sorda materia inorganica» sono in uno scritto del 1826 su Leopardi. L'incontro di Leopardi con Giordani, inizialmente letterario, fu un incontro di visione e concezione della vita.

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