Capitolo

14

Società e cultura nell'età napoleonica

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14 - § 4

Importanza culturale del classicismo illuministico moderato di Monti; professionalismo letterario del poeta


La Proposta di Monti, abbiamo visto, indica una netta, seppur moderata, posizione classico-illuminista di origine cesarottiana. Grande rilievo ha nell'età napoleonica e in tutto l'Ottocento l'importanza culturale di Vincenzo Monti1 (1754-1828), maestro di classicismo eclettico e grande assimilatore di forme politiche. Dalla Proposta fino alla morte Monti fu con i letterati progressisti: con il Giordani quando questi fu estromesso dall'austriacante Biblioteca italiana, antimunicipalista nella polemica contro la Crusca.
Nella cultura del suo tempo Monti fu letterato di professione, espertissimo nel filtrare la realtà attraverso la letteratura. I suoi filtri furono di gran lunga più numerosi e vari di quelli di qualsiasi altro letterato dell'Ottocento: fece vedere la realtà artistica attraverso la Bibbia, Tasso, Milton, Dante, Goethe, Klopstock, Marino, Vida, Varano, Shakespeare, Virgilio, Omero, Ossian, Alfieri, Gray etc.
Tutta la letteratura che in quegli anni si coltivava in Italia venne sperimentata da Monti ad alto livello tecnico e stilistico e il suo magistero venne imitato in tutto l'Ottocento, da Leopardi a Carducci. L'illuminismo temperato lo fece credere nel dispotismo riformistico protettore delle lettere e delle scienze: con questa ideologia celebrò i sovrani dalla cui presenza o dal cui ritorno si aspettava una benefica influenza, fossero Pio VI, Napoleone o Francesco I d'Austria. Soltanto la Rivoluzione francese rimase un eccesso per il suo moderatismo.
Al grande posto che Monti ha nella cultura come artista di società, di accademie, come antirivoluzionario e apostolo del bonapartismo, come interprete della coscienza pubblica del suo tempo, come traduttore e antiromantico, non corrisponde il valore della poesia celebrativa. Nato ad Alfonsine di Romagna fu educato nel seminario di Faenza al classicismo latino, quindi visse a Roma (1778-97) segretario di Luigi Braschi, nipote del romagnolo Pio VI.
A Roma conobbe e sposò Teresa Pilder, compose le odi Prosopopea di Pericle, Al signor di Montgolfier, le tragedie alfieriane Aristodemo, Galeotto Manfredi, Caio Gracco, la Bassvilliana (1793) in terzine per esecrare la morte di Ugo Bassville francese, ucciso dal popolo di Roma. In quest'opera (e, più tardi, nella Mascheroniana) Monti si serve della «visione» e di invenzioni scenografiche per rappresentare gli eccessi della Rivoluzione francese.
Partito da Roma, Monti torna al culto delle idealità rivoluzionarie ammirate attraverso i classici, dedica il Prometeo a Napoleone, scrive tre cantiche in terzine di intonazione filofrancese (Il fanatismo, La superstizione, Il pericolo), nel 1797 è a Milano presso il Governo della Cisalpina, fugge a Parigi quando gli austro-russi abbattono la Cisalpina, ritorna in Italia dopo il ripristino del governo repubblicano ed esalta Napoleone imperatore nel Bardo della Selva Nera e — nella Spada di Federico II — le sue nozze con Maria Luigia, la nascita del re di Roma.
A Parigi aveva tradotto la Pulcella d'Orleans di Voltaire, adesso riprende (1806-10) la traduzione dell'Iliade che riesce un capolavoro di gusto neoclassico per la solenne onda epica e per l'eloquenza che l'accendono. Caduto il Regno italico e ritornati gli Austriaci, Monti canta i nuovi dominatori in Mistico omaggio (1815), Ritorno d'Astrea (1816), Invito a Pallade (1819). Stanco è il sermone Su la mitologia (1825), tarda difesa delle forme classiche contro i banditori della scuola romantica.
Qualche volta la magnificenza e la scenografia cedono in Monti alla descrizione sincera degli affetti (l'uomo Monti era dotato di mitezza, sensibilità, bontà), all'amore per la moglie, per la figlia Costanza, ai pensieri malinconici.
Cultura settecentesca neoclassica legata al sentimentalismo ebbe Ippolito Pindemonte2 (1753-1828), veronese che conobbe Bertola a Napoli e lo ritrovò a Verona derivando da lui e da Gessner temi patetici e malinconici. Ma la vena fondamentale deriva a Pindemonte dalla propria sensibilità e dalla natura nelle Poesie campestri (1788) e nelle Prose campestri (1794) in cui è l'amore per la vita solitaria e per la serenità della campagna.
Nei suoi viaggi Pindemonte aveva conosciuto le letterature stranieri, soprattutto quella inglese. Una singolare misura tra gusto classico e sentimento moderno è anche nelle Epistole (1805) in versi, una delle quali contiene I sepolcri. Il romanzo Abaritte (1790) risente di Johnson e la tragedia Arminio (1804) di Shakespeare e di Klopstock.
Studioso dei classici tradusse — è questa l'età dei traduttori Dionigi Strocchi (da Callimaco e Virgilio), Tommaso Gargallo (da Orazio a Giovenale), Cesare Arici (da Virgilio) — l'Odissea (1822) alquanto manierata ma decorosa. Pindemonte è un letterato attento per sensibilità estetica alla capillarità dello stile, un depuratore prezioso in decenni di mutamenti di gusti e di idee.

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