Capitolo

14

Società e cultura nell'età napoleonica

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14 - § 1

L'età delle rivoluzioni e i giacobini


La Rivoluzione francese sconvolge l'ordine degli assolutismi politici, dei vecchi assestamenti, i propositi riformatori. E anche se l'azione napoleonica assume una direzione di conservatorismo sociale, determinando la soluzione moderata della rivoluzione, la nascita in Italia dal 1796 al '99 di repubbliche democratiche accelera il processo di trasformazione della società. La cultura illuministica diffusa negli Stati italiani aiuta le simpatie verso la rivoluzione, e nelle repubbliche democratiche (la prima sorge a Reggio Emilia nel 1796) si viene maturando la prima idea di coscienza e di indipendenza nazionale come conseguenza dell'abbattimento di regni e principati, della diffusione delle ideologie egualitarie, dei concetti di unità politica e libertà.
La campagna di Napoleone in Egitto e l'intervento degli austro-russi cancella le repubbliche democratiche e la più atroce reazione si ha a Napoli — dove nel 1799 era nata la Repubblica — con l'impiccagione e l'imprigionamento di patrioti. Il ritorno di Napoleone comporta l'annessione alla Francia di una parte dei territori dell'Italia centro-settentrionale, la formazione del Regno d'Italia, del Regno di Napoli assegnato a Giuseppe Bonaparte e, dal 1808, al valoroso Gioacchino Murat. Dopo la caduta di Napoleone tale assetto è completamente modificato dagli austriaci i quali restaurano i vecchi regni e principati.
La Rivoluzione di Francia suscita in Italia opposizione ai governi e ai ceti dominanti, ma la mancanza di un centro politico rivoluzionario e la diversità delle situazioni locali non rendono possibile una aggregazione politica anche se qua e là sorgono agitazioni e tumulti delle masse contadine. Emblematica è a Rionero in Basilicata nel 1793 la protesta della folla che impedisce all'adunanza comunale di ripartire l'imposta da pagare alla Regia Corte gridando: «Ma che pagamenti e fiscali, che Regia Corte! Volimo fa come li Francise!».
Il movimento patriottico giacobino, costituito da intellettuali delle città, interpreti di interessi della borghesia, delle masse contadine e di qualche frazione di aristocrazia, si propone il problema del «risorgimento» d'Italia al di fuori del riformismo e sulla base rivoluzionaria di un rinnovamento politico e sociale, nazionale e democratico. Questo importante movimento si forma negli anni 1789-95 e opera politicamente nel triennio 1796-99 in cui i giacobini radicali pongono come problema fondamentale quello della partecipazione del popolo al rinnovamento (riforma agraria e abolizione dei vincoli feudali) mentre i giacobini moderati, portatori dell'ideologia della borghesia, cercano di far accettare al popolo la libertà dell'industria e la difesa della proprietà.
I limiti di classe del giacobinismo moderato si riflessero soprattutto come preoccupazioni costituzionalistiche e legalitarie e impedirono al popolo di partecipare alla rivoluzione, che esso vede come rivoluzione borghese perché non modifica le strutture in favore delle sterminate masse di sottoproletari della terra. La stessa sfiducia avranno, dopo l'unità d'Italia, le masse contadine nel nuovo governo difensore della grande proprietà agraria; e daranno luogo al fenomeno del brigantaggio. Al tempo dei giacobini le masse popolari erano ancora sotto il peso dell'avvilimento di secoli di dispotismo, influenzabili dai controrivoluzionari che sotto il simbolo paurosamente reazionario della Santa Fede (1799) utilizzarono a fini di restaurazione elementi sottoproletari. Ma soprattutto le idealità dei giacobini radicali, il mito di uno Stato italiano unitario e repubblicano, la rivoluzione di classe, erano ben lontani dai propositi dei francesi che della situazione italiana intendevano servirsi diplomaticamente, nel gioco della loro politica, nelle trattative con l'Austria.
Il movimento giacobino non riuscì, per la componente legalitaria, a rendere rivoluzionarie le masse e cadde per opera della reazione del '99 ma anche per il predominio che ebbe l'idea del compromesso borghese, uno dei tanti compromessi disfacitori che incontriamo nella nostra storia nei momenti cruciali, che sempre si richiamano a paure determinate da fallimenti precedenti favorendo l'acquattamento politico e sociale. Nel movimento giacobino si raggrupparono uomini di tutti gli Stati italiani — i centri dell'Italia giacobina erano Milano, Bologna, le città emiliane, Napoli, Roma — i quali, crearono la prima idea di Risorgimento nazionale. Essi elaborarono per primi una nuova concezione della vita, della cultura, della letteratura che interessava la partecipazione del popolo; e quelli tra di loro che scamparono alla reazione crearono nell'Ottocento, sulla base delle idee rivoluzionarie, una corrente di pensiero democratico oppositore della restaurazione politica e religiosa e accompagnatore del nostro Risorgimento.
Tra i giacobini italiani il pisano Filippo Buonarroti (1761-1837), amico di Robespierre, partecipò a Parigi alla congiura di Babeuf (o degli Eguali) e tentò ad Oneglia un esperimento avanzato di governo democratico. Nell'opera Congiura per l'eguaglianza sostenne inflessibilmente che la libertà dipende dall'eguaglianza di vita e di godimento dei diritti politici da parte dei cittadini:

L'eguaglianza naturale a cui si mira è l'uniformità dei bisogni […]. Dall'integrale ripartizione dei beni e del potere nascono tutti i disordini […]. Proprio a trattenere entro giusti limiti la ricchezza e la potenza degli individui devono tendere le istituzioni di una società degna di tal nome.

Uno dei problemi più importanti della cultura giacobina (zona, come ha detto Giuseppe Petronio, in cui «per i critici, scorazzano ancora i leoni») è quello dell'educazione rivoluzionaria del popolo per mezzo dei giornali.

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