Capitolo

13

L'Illuminismo: metodo scientifico e letteratura

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13 - § 6

La riforma del teatro e l'arte popolare di Goldoni


Vivissima «inclinazione» teatrale in tutta la sua vita ebbe Carlo Goldoni1 (1707-93) tanto da avere fatto, egli scrisse, in ogni occasione e perfino nei passatempi «abbondante provvisione di materia atta a lavorare pel Teatro». Il rapimento dell'«insuperabile forza» teatrale lo legò sempre alla vocazione anche quando per necessità di vita fu nella cancelleria criminale del podestà di Chioggia o di Feltre e scrisse intermezzi, melodrammi, tragicommedie, commedie musicali. L'abbandono dell'avvocatura, dopo la recita a Livorno della commedia La donna di garbo e l'incontro con il capocomico Medebac, lo fa diventare poeta di teatro professionista nel veneziano teatro di S. Angelo dove fa recitare la Vedova scaltra iniziando la riforma del teatro comico. Caduta una sua commedia promette nel 1751 di scrivere sedici commedie nuove in un anno. Pur ostacolato dalla polemica con Pietro Chiari mantiene la promessa, abbandona Medebac per motivi economici e passa al teatro di S. Luca della famiglia Vendramin. Nel 1762 si reca a Parigi, anche per l'ostilità di Chiari (diventato poeta di teatro di Medebac) e di Carlo Gozzi e inizia le sue recite alla Comédie italienne. Dimorando a Parigi e Versailles diventa maestro d'italiano di principesse reali, scrive i Mémoires e a Parigi muore dopo che l'Assemblea costituente gli ha restituito la pensione regia soppressagli dall'Assemblea legislativa.
La graduale riforma attuata da Goldoni consiste nell'avere ricondotto a metodi razionali e a criteri letterari la commedia dell'arte il cui svolgimento era lasciato all'arbitrio dell'attore, differenziandosi anche da quegli scrittori dell'età dell'Arcadia che, tenendo alla naturalezza, si rivolgevano all'imitazione della commedia cinquecentesca. Tali erano stati Girolamo Gigli (1660-1722) senese che nel Don Pilone si era volto a imitare Racine e Molière; Jacopo Nelli (1673-1767) senese che da Molière derivò la tecnica della concatenazione logica delle scene al fine di comporre una commedia regolare (la Serva padrona di Nelli offre spunti al Goldoni); Pier Jacopo Martello (1665-1727) arcade bolognese che nella commedia satirica Il Femia sentenziato derise Scipione Maffei e Gravina; Scipione Maffei (1675-1755) che fu anche autore comico in versi sciolti, nel Raguet ironizzò sulla gallomania e nelle Cerimonie sui costumi del tempo.
Muovendo dalla fievole razionalizzazione arcadica Goldoni attua la sua riforma negli anni e nei modi dell'Illuminismo, del quale rappresenta uno dei risultati più cospicui. Non si tratta di una riforma attuata a tavolino (molte commedie dei razionalizzatori or ora citate erano puramente letterarie e non affrontavano il pubblico) ma di un confronto continuo con il pubblico che era la realtà del tempo in cui Goldoni viveva.
Anche se il dialogo col pubblico si svolge soprattutto a Venezia, in una città in cui le punte illuministiche sono smorzate, in questa città educato era il sentimento civile del mondo della borghesia. Che, inoltre, la battaglia per la riforma fosse fondamentale per Goldoni dimostrò lo stesso autore quando, avendo ormai alle spalle un'attività riformatrice di decenni, si trovò costretto in Francia, dove si rappresentavano soprattutto commedie dell'arte, a scrivere le commedie ottenendo nel 1771 un grande successo col Bourru bienfaisant.
Il procedere della riforma in Italia fu lento; nel Momolo cortesan (1738) solo la parte del protagonista venne scritta mentre con la Donna di garbo (1743) tutta la commedia venne recitata dal testo scritto. A poco a poco vennero abolite le maschere che erano state mantenute nelle figure secondarie e con i Rusteghi vennero aboliti anche «servi» che costituivano un elemento di mestiere e di comicità derivante dalla commedia greca e da quella latina. In tal modo le vecchie impalcature della tradizione e del teatro per il teatro cadevano insieme con il gusto popolaresco, facile, meccanico per cui lo svolgimento dell'azione era prefigurato e condizionato dai simboli che le maschere rappresentavano. I personaggi-individui potevano diventare concreti, veri caratteri che erano quelli della società borghese.
Non poche furono per Goldoni le difficoltà da superare: la capacità professionale degli attori veniva sottoposta all'addestramento che derivava dal testo; capicomici e impresari si muovevano sul piano del successo, del guadagno; pertanto il rapporto col pubblico era funzionale alle esigenze di coloro che erano i padroni del teatro e Goldoni dovette, con alterne vicende, educare il pubblico a un teatro in cui la serietà artistica bandisse l'accettazione della facile improvvisazione. Inoltre il pubblico era sollecitato in varie direzioni (dalla fiaba alla commedia avventurosa) dai nemici di Goldoni. Infine le categorie rappresentate dagli oligarchi veneziani non potevano essere esposte sulla scena a censure, a ridicolo, a oggetto di divertimento, e questo divieto indusse più volte Goldoni ad ambientare in altri luoghi commedie in cui si pungevano i nobili per qualche loro difetto.
Ciò nonostante Goldoni riuscì a creare col teatro letterario una nuova dimensione teatrale, moderna, realistica, cordialmente democratica e con la morale borghese, tollerante e fiduciosa nella ragione, ad abbattere il pregiudizio aristocratico nella letteratura.
L'influsso democratico di Goldoni sul pubblico fu grandissimo. Dalle commedie veniva la concezione positiva della bontà del popolo oltre che della natura umana; il pubblico italiano, abituato al riso per il riso dalla commedia dell'arte smembrata e fondamentalmente casuale, è avvicinato dal teatro borghese goldoniano a un costume e alla conoscenza di un mondo borghese non nemico del popolo e di un mondo aristocratico chiaramente in decadenza.
La conversazione in una città e in uno Stato che erano ricchi di questo strumento di trattenimento si avvicina a quella promossa dal teatro europeo e, soprattutto, quando Goldoni definisce socialmente i personaggi-individui, quando li realizza in base alla condizione sociale (il mercante, l'aristocratico, la locandiera, il cameriere, il nobile squattrinato etc.) crea la commedia sociale. Il carattere dei personaggi è ambientato in una realtà sociale e si sviluppa in relazione ad essa.
Mai nel teatro italiano questa realtà sociale era stata in funzione democratica e pedagogica. Preti ipocriti, ladri, lussuriosi, figli capiscarichi, servi astuti etc. erano stati nella commedia tradizionale creatori di raggiri e di intrighi. La modificazione può avvenire adesso perché la società veneziana dominata dagli oligarchi si è venuta sviluppando fra il 1740-70 come società borghese e perciò Goldoni a questa società guardò per coglierne la verità. Tale verità di Goldoni — la liberalità, la tolleranza — era umana e per questo motivo il commediografo è popolare nella concezione, nella lingua, nella critica verso l'aristocrazia stagnante e priva di vitalità; l'atteggiamento ideologico di Goldoni è democratico prima della Rivoluzione francese.
Il teatro nuovo, che è un fenomeno sociologicamente e culturalmente assai più importante che non il rinnovamento della lirica, si determina nella società illuministica e secondo i concetti della civiltà dei lumi in una città, Venezia, non rivoluzionaria in cui la borghesia ha l'egemonia economica. L'eroe illuminista, il borghese, è anche l'eroe di Goldoni, concretamente rappresentato nella sua individualità e nella condizione sociale. È del personaggio borghese il gusto per la varietà della vita osservata nella realtà quotidiana e nei contrasti, l'avversione agli abusi che urtano contro la ragione, alla vita militare e alla guerra, l'interesse per gli stranieri.
Le prime commedie (la Vedova scaltra, la Bottega del caffè, Il bugiardo) risentono ancora della commedia dell'arte ma andando avanti negli anni gli ideali del mondo borghese si realizzano nei personaggi del Padre di famiglia, Cavaliere di spirito e soprattutto nei Rusteghi (1760), Casa nova (1760), Sior Todero brontolon (1762), delle opere corali delle commedie di ambiente come Il campiello e Le baruffe chiozzotte.
Pantalone è il simbolo del buon senso borghese, della morale equilibrata e onesta, terragna, superiore alla vanità aristocratica e alla frivolezza di dame e cicisbei. La naturalezza di Mirandolina nella Locandiera si distingue per l'equilibrio tra il canzonatorio e il drammatico, fra lo scherzoso e il passionale, fra la civetteria e l'onestà. Essa assapora il divertimento ordito per prendersi gioco dei corteggiatori: alla fine ritorna la locandiera e prega con grazia i suoi innamorati di allontanarsi. Con essa Goldoni ci dice che si può vivere senza passione; nel ripudio del dramma c'è la razionalità goldoniana e la sua misura. Il dramma lascia il posto al sorriso e al rasserenamento e Mirandolina, dama del Settecento e che si ritrova nelle immagini femminili di numerosi quanto poco conosciuti carteggi di quel secolo, vive tra il gioco e il rischio ma in un'atmosfera familiare di buon senso:

Quei che mi corron dietro [dice Mirandolina] presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne.

Eppure questo mondo borghese non è colto, come nel Boccaccio, nel suo consistere. È il mondo borghese dell'età in cui si afferma il principio egualitario dell'Illuminismo, fondamentale in Parini come in Goldoni, principio che si attua con le scosse interne ed esterne che Goldoni rappresenta nei suoi personaggi, nelle reazioni dei vecchi, nel favore dei giovani. È un mondo in trasformazione che si confronta di continuo con i principi moderni non sul piano dell'alta speculazione ma su quello della conversazione ininterrotta.
Nei temi della conversazione non c'è un discorso edificante o solamente razionale ma c'è l'urto di posizioni, la polemica di punti di vista; ma è la polemica di chi è sentimentalmente d'accordo sui punti fondamentali del problema e ne attende soltanto la realizzazione. Anche nel divenire del mondo e delle idee c'è un soffio democratico di convinzione, di persuasione senza rigore che è il frutto di un illuminismo senza frecce appuntite ma intellettualmente e umanamente armato e maturo.

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