Capitolo

12

L'Arcadia

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12 - § 3

Critica e storiografia nell'età dell'Arcadia: Gravina, Muratori, Giannone, Vico


Non sono pochi gli intellettuali dell'Arcadia i quali si travagliano nelle polemiche letterarie ed estetiche cercando di risolvere il problema del rapporto fra tradizione e rinnovamento. Molti, almeno, sono gli spunti teorici che animano la critica e la filosofia dell'arte. Fin dagli ultimi decenni del Seicento vari scrittori vivono mentalmente da cartesiani.
Il gesuita francese Domenico Bouhours nel 1671 aveva affermato la superiorità della lingua francese e nel 1687 aveva mosso critiche di carattere retorico al Tasso, esaltando il Boileau, autore di quell'Art poétique che elabora il razionalismo e l'intellettualismo cartesiano: ragione, buon senso, natura sono i termini fondamentali della poetica di Boileau. L'Arcadia cerca di vivificare l'intellettualismo razionalistico per salvare, tenendosi lontana dall'«ingegno» dei secentisti, gli elementi soggettivi di affetto, partecipazione, sentimento nella poesia e nell'arte.
Alla fantasia, infatti, lasciano parte Camillo Ettorri, il cartesiano Gregorio Caloprese di Roggiano (Cosenza) maestro di Gravina, Antonio Conti, Gravina, Vico. Con i suoi caratteri ora di concretezza sensibile, ora di forza che dà moto ai concetti, ora di «potenza animalesca» (Tommaso Ceva), ora di fervore, di entusiasmo, ora di mito, la fantasia conserva gli elementi che già i teorici dell'arte del Seicento avevano elaborato: la «potenza superiore» di Zuccolo, la «prima apprensione» distinta dal «giudizio» di Sforza Pallavicino, la «persuasione» poetica di Tesauro. Neanche il Vico è esente dai residui barocchi, anzi è estremamente antistorico fare di Vico l'anticipatore medianico della fantasia romantica e dell'intuizione dell'estetica di Croce.
Gianvincenzo Gravina1 (1664-1718) di Roggiano ebbe come fondamento degli studi la filosofia cartesiana, la lingua greca e il diritto. Sognò la rinascita di un «vero» classicismo, la restaurazione dell'impero romano di cui la civiltà italiana era per lui una continuazione (di decadenza quando gli Italiani smarrivano la coscienza della romanità). Fu amico degli eruditi Fabretti, Ciampini, Bianchini, avversò la «servile imitazione» degli antichi e le «stravaganze de' moderni». Come tecnico dell'Arcadia nel Discorso sull'«Endimione» del Guidi (1692) difese la favola pastorale di Alessandro Guidi contro coloro che sostenevano l'assolutezza dei generi letterari, e nella sua concezione della poesia, la Ragione poetica (1708), ammise la necessità dell'invenzione, l'«incanto di fantasia» che deve nascere dal «naturale».
La poesia è per Gravina «scienza delle umane e divine cose, convertita in immagine fantastica ed armoniosa» dai poeti, i quali ne rendono accessibile la conoscenza anche alle menti rozze per «giovare tanto alle private cose quanto alle pubbliche». Il pensiero di Gravina assegna una funzione didascalica al poeta in quanto questi traveste la verità in sembianza popolare; il poeta è, però, anche un educatore e civilizzatore di popoli, persuasore ad azioni civili e morali. La predilezione di Gravina va a una poesia fondata sul vigore degli affetti; quella di Omero e Dante, diversa da quella dell'età barocca «divenuta trattenimento da fanciulli e donnicciuole e persone sfaccendate; perché niun mestiero può ritener la sua stima quando si scompagna dall'utilità e necessità civile, e si riduce solo al piacer degli orecchi».
Di Ludovico Antonio Muratori2 (1672-1750) nato a Vignola abbiamo dato qualche tratto accennando alla sua sensibilità sociale e del suo interessamento al problema della pubblica utilità. Grandissimo erudito fu il Muratori, membro del collegio dei dottori della biblioteca Ambrosiana, e dal 1700 fino alla morte bibliotecario della Estense di Modena la quale conteneva, tra l'altro, il materiale manoscritto dello Stato estense di Ferrara trasportato da Cesare d'Este a Modena quando dovette subire la devoluzione dello Stato alla santa Sede.
L'abate modenese (fu nominato proposto di S. Maria di Pomposa) per struttura mentale fu legato al concetto di legittimità monarchica; ai principi domandò sicurezza per i sudditi, per i poveri, i senza lavoro; istituì una compagnia di carità e il suo umanitarismo, schietto e candido, fu sollecito per i derelitti. Promuovere la pubblica felicità con le opere di carità, sollevare le condizioni degli uomini furono ideali del Muratori, ma il popolo che si ribella contro gli stranieri è per lui «popolaccio». Egli intese dimostrare che i difetti rimproverati ai nostri scrittori erano comuni a quelli francesi e sostenne la necessità, per il poeta, di tenersi lontano sia dalle stravaganze secentiste sia dal puro razionalismo, attuando l'ideale del «buon gusto». Il bello per lui emana dal bene, questo si identifica col vero, nell'opera d'arte si deve riconoscere la «fantasia» purché questa sia corretta dall'«intelletto», moderatore e guida affinché la fantasia non si smarrisca nell'indeterminatezza del sogno.
Chiarezza razionale (contro i freddi rigori sono argini il petrarchismo e il tassismo), chiarezza morale, ricerca di prove e verifiche sperimentali della chiarezza e semplicità sono cardini della struttura intellettuale di Muratori che nel mondo moderno di civiltà nazionali vuole rivendicare e tracciare il solco della cultura e della tradizione italiana. Il proposito di una riforma del gusto e della letteratura fu costante in lui, e se nell'ambito della sua poesia il desiderio di novità rimane nella sfera del barocco arcadico, dell'Arcadia aggraziata, nel manifesto I primi disegni della Repubblica letteraria d'Italia (1703) intende associare in una repubblica gli ingegni che vogliono avviare la loro opera all'«accrescimento della scienza e delle arti».
Nella Perfetta poesia italiana (1706), nelle Osservazioni al Petrarca (1711) appare ben altro che anticlassicista o anticipatore della crisi del classicismo. Per quanto riguarda i fini della poesia crea una sintesi di finalità edonistica e di finalità didascalica che rimane caratteristica dell'età dell'Arcadia.
I propositi di rinnovamento si muovono tra questi limiti. Alla fantasia assegnava notevole importanza l'abate padovano Antonio Conti (1677-1749) che sembrerebbe un anticipatore del romanticismo se non sopravvenisse un criterio intellettuale regolatore che è tutto dell'Arcadia.
Anche nell'erudizione l'età dell'Arcadia è ordinatrice delle ricerche seguendo la linea della conoscenza della tradizione. In questa età si avvia lo studio storiografico della letteratura italiana su base filologica e documentaria per opera di Giacinto Gimma di Bari, autore della Idea della storia della Italia letterata, di Girolamo Tiraboschi (1731-94), gesuita bergamasco che scrisse una ponderosa Storia della letteratura italiana, di Francesco Saverio Quadrio, gesuita della Valtellina, compilatore dell'opera Della storia e della ragione d'ogni poesia.
Della cultura di quasi tutte le regioni italiane, Stati o città importanti gli eruditi sistemano il materiale storico, letterario, artistico, archeologico, teatrale, musicale. Il maggiore tra questi eruditi è il veronese Scipione Maffei (1675-1755), letterato, critico, autore di commedie, della tragedia Merope e della grande storia Verona illustrata (1732).
Il primo posto è di Ludovico Antonio Muratori, editore delle opere di Maggi, delle biografie di Castelvetro, Sigonio, Tassoni, Lemene, Orsi etc. Seguendo il metodo di Benedetto Bacchini nella ricerca documentaria Muratori sottopose al controllo scientifico gli immensi materiali da lui studiati.
Le Antichità estensi rivendicano l'autonomia del potere laico nei confronti della chiesa la quale pretendeva mantenere il possesso di Ferrara e di Comacchio (e lo mantenne). Muratori difese strenuamente la legittimità del possesso degli Estensi (del suo duca Rinaldo II) e tale poderosa ricerca lo spinse nel campo degli studi medievali. Con l'aiuto dei più seri studiosi italiani, i quali esplorarono le biblioteche pubbliche e private, raccolse le fonti storiche dal 500 al 1500 consistenti in cronache, canti, poemi, opere letterarie, giuridiche, epistole, epigrafi, documenti di vario genere. La raccolta fu pubblicata in ventotto volumi col titolo Rerum italicarum scriptores (1723-51) per opera della Società Palatina di Milano. Sulla base di questi documenti scrisse sei volumi di Antiquitates italicae medii aevi (1738-43) per fare vedere «la condizione e lo stato di quell'età».
Le dissertazioni muratoriane sulle forme di governo politico, sui costumi dei cittadini, ordinamenti militari, leggi, monete, arti, lettere, mercatura offrono materia alla storia delle civiltà e discutono l'autenticità dei documenti e il valore delle testimonianze. Negli ultimi anni compose gli Annali d'Italia (1749) che narrano le vicende italiane dall'inizio dell'era volgare al 1749 e indicano i criteri ai quali si deve attenere lo storico per distinguere accuratamente il vero dal falso.
L'importanza delle istituzioni che diventano forza civile è affermata da Pietro Giannone3 (1676-1748) di Ischitella di Capitanata il quale partecipa al ricordato movimento che negli ultimi decenni del Seicento ha rinnovato la cultura napoletana. Alla tradizione di Machiavelli e al giurisdizionalismo di Sarpi si collega la sua Istoria civile del regno di Napoli (1723) che ebbe grande fortuna, influì più tardi sugli storici illuministici e costituì lo schema ideologico dei sovrani riformatori i quali per la prima volta videro in essa affermati i motivi della loro politica: l'indipendenza dello Stato dalla Chiesa che corrompendosi sul piano religioso della purezza primitiva aveva creato con la monarchia dei pontefici romani un «altro imperio» nei domini dello Stato con l'arricchimento del clero («come sovente il sacerdozio, abusando la divozion de' popoli e 'l suo potere spirituale, intraprendesse sopra il governo temporale di questo Reame»), la mondanizzazione dei monasteri, il prevalere del foro ecclesiastico.
La fortuna dell'opera fu accompagnata dalle reazioni della curia romana e Giannone, scomunicato, dovette riparare a Vienna accolto dall'imperatore Carlo VI. Quando Carlo di Borbone diventò re di Napoli Giannone volle ritornare in patria ma, sgradito sia a Napoli che a Venezia, si rifugiò a Ginevra. Arrestato in Piemonte fu tenuto in carcere fino alla morte.

Forse dal mio esempio [scrisse nell'autobiografia] si accorgeranno non avere la corte di Roma altra difesa o schermo, per mantenere gl'ingiusti acquisti fatti sopra la potestà e giurisdizione de' principi, se non quella di perseguitare gli autori, non già di rispondere alle di loro opere, nelle quali con manifeste pruove sono dimostrate e poste in chiara luce le tante sorprese ed usurpazioni.

La storia di Giannone — che non vuole assordare i lettori «collo strepito delle battaglie e col rumor» né dilettarli con le «vaghe descrizioni degli ameni e deliziosi luoghi» del Regno né fermarli «nella contemplazione dell'antichità» — è «tutta civile». Ma poiché la storia civile, nelle condizioni politiche del primo Settecento in cui «lo stato ecclesiastico, gareggiando il politico e temporale de' prìncipi, si è per mezzo de' suoi regolamenti così forte stabilito nell'imperio», non si può disgiungere da quella ecclesiastica, per lo storico è «necessario vedere come e quando si fosse l'ecclesiastico introdotto nell'Imperia». Giannone indaga, negandone la legittimità, privilegi e giurisdizioni rivendicati dalla Chiesa e supera il vecchio anticurialismo proponendo il problema politico del rapporto tra Stato e Chiesa, di due autorità contrapposte. Al principe per mantenere l'autorità dello Stato Giannone prospetta l'alleanza con l'intelligenza progressista e delinea il problema politico meridionale caratterizzato dall'assenza di una borghesia organizzata, dal pauperismo di masse arretrate controllate dalla potenza dell'apparato ecclesiastico.
Questa indicazione di Giannone sarà fatta propria dai riformatori illuministi i quali proporranno allo Stato di attuare la riforma religiosa e di affrontare il problema dell'educazione popolare. La base dei riformatori è culturale perché essi non potevano contare su validi appoggi sociali ad eccezione della borghesia burocratica e togata legata alla monarchia. Il regalismo di Giannone è già illuministico e in funzione della riforma religiosa e morale che deve agire come presupposto di quella politica e sociale. Giannone pensava, come il Sarpi, a una chiesa primitiva e spirituale e insisteva sul carattere laico e immanente dello Stato.
Nel Triregno, prosecuzione ideale della Istoria e rimasto inedito fino al secolo scorso, Giannone traccia una storia della religione distinguendo tre tempi: il regno terreno (quello temporale degli Ebrei, quasi una forma di vita primitiva con ottimo reggimento mondano: a questo va la predilezione dello studioso), il regno celeste (quello annunziato da Cristo, nel quale la sfera mondana e quella religiosa rimangono superate), il regno papale (quello da Costantino in poi, che sfrutta la paura dell'oltretomba, corrompe la fede e crea la confusione tra i due poteri). In quest'ultimo periodo la Chiesa si snatura, la gerarchia ecclesiastica si irrobustisce e fonda il potere del papato.
Il pensiero di Giannone, cresciuto dal lievito gassendiano e moderno della cultura napoletana, intuisce organicamente i termini politici e sociali della realtà meridionale e anche con la definizione dei tempi ideali del Triregno storicizza come mai prima era avvenuto le conseguenze delle usurpazioni ecclesiastiche e offre la sua dottrina ai principi e ai politici che intendano salvare il loro Stato.
Non alla storiografia scientifica o alla scienza politica, ma al cammino dell'umanità visto nel ciclo di una storia ideale eterna governata da un disegno provvidenziale e svolgentesi nella successione di tre età (degli dei, degli eroi, degli uomini), si dedicò Giambattista Vico4 (1668-1744) napoletano. Questo disegno egli svolge nei Princìpi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni di cui esistono tre redazioni (1725, '30, '44). I primi studi di Vico furono di metafisica dai quali passò, per volontà del padre, a quelli di legge. Per diversi anni fu assunto dal marchese Rocca come istitutore dei suoi figli e rimase a Portici e Vatolla fino al 1695 studiando S. Agostino, i platonici del Rinascimento. Tornato a Napoli trovò la città assai mutata culturalmente per influenza della filosofia di Cartesio, Bacone, Hobbes, dell'atomismo di Gassendi, di teorie e sistemi antimetafisici, di una letteratura non più barocca.
Al metodo di Cartesio si oppose vigorosamente in una orazione inaugurale sul metodo e i fini degli studi tenuta dopo avere ottenuto la cattedra di eloquenza all'università di Napoli. Alla ragione di Cartesio opponeva la fantasia, alla filosofia scientifica la cultura barocca. Nella Scienza nuova è molto importante il concetto che la sola conoscenza oggettiva possibile all'uomo è quella storica e che dell'operare mondano artefice è l'uomo. Chi studia la storia non può fermarsi al preciso accertamento dei fatti (opposizione, perciò, al metodo erudito privo di filosofia) e dei singoli dati, immensa congerie senza significato, ma deve intendere le leggi ideali ed eterne del progresso della civiltà provvidenzialmente ordinato.
La filosofia della storia scopre il ritmo interno al succedersi delle vicende le quali seguono una parabola (età degli dei, degli eroi, degli uomini) corrispondente alle fasi per cui passa la vita dell'uomo: età del senso (l'infanzia, in cui si sente senza avvertire), della fantasia (la giovinezza, in cui si sente con animo «perturbato e commosso»), della ragione (la vecchiaia, in cui si «ragiona con mente pura»).
Questo ciclo — continuamente percorso dalla storia (con «corsi» e «ricorsi») — è conoscibile dall'uomo che ne è l'artefice, inconoscibile rimane all'uomo il mondo della natura che è opera di Dio. L'eternità dei «corsi» e «ricorsi» comporta una ripetitività che non consente il progresso infinito della natura umana. La storia dei cicli valorizza l'età della fantasia, creatrice della poesia mitica, voce dei popoli primitivi o nuovi come Omero e Dante.
Il pensiero di Vico deve essere inquadrato nel tempo in cui si venne maturando. Non pochi motivi dell'«autodidascalo», come lo chiamava il Caloprese, hanno radici nella cultura barocca e sono in antitesi al generale rinnovamento napoletano del secondo Seicento («il Vico — scrive egli stesso nell'Autobiografia — non solo viveva da straniero nella sua patria, ma anche sconosciuto»); anche il concetto della fantasia-mito ha residui barocchi e non ebbe fortuna in epoca di attività intellettuale e pratica come quella illuministica. Herder e l'idealismo romantico stravolsero il significato della fantasia di Vico e, maggiormente, gli idealisti italiani del Novecento, Croce e Gentile, i quali ne fecero un loro precursore, un verbo incarnato del loro sistema.
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